Imposta sui consumi, la via dei ritocchi mirati: ma resta il nodo gettito

Giovedì 18 Aprile 2019 di Luca Cifoni
Si farà (probabilmente) ma non si può dire. L'aumento dell'Iva viene negato in modo più o meno perentorio da tutta la maggioranza di governo, ma questo non ha impedito lo svolgimento di approfondimenti tecnici sul tema, in vista delle decisioni politiche che non potranno arrivare prima del prossimo autunno, quando sarà definita la legge di Bilancio per il 2020.

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LE RIDUZIONI
Le principali ipotesi sul tavolo sono due. La prima prevede un aumento orizzontale di tutti i beni e servizi sui quali oggi si paga l'aliquota ordinaria del 22 per cento. Al momento viene valutato un incremento di un punto, che si porrebbe in linea con gli analoghi interventi realizzati dal governo Berlusconi nel settembre 2011 (passaggio dal 20 al 21 per cento) e due anni dopo da quello di Enrico Letta (dal 21 all'attuale 22). Il maggior gettito atteso è di circa 4,4 miliardi, dunque una somma comunque limitata rispetto ai 23 miliardi di aumenti già in programma in base alle clausole di salvaguardia. Sulla carta però in caso di necessità potrebbe essere preso in considerazione un ritocco sempre generalizzato ma più energico, ad esempio di due punti. Una via alternativa è quella degli aumenti mirati e selettivi, che in realtà almeno nelle intenzioni di una parte della maggioranza dovrebbe comprendere anche alcune (ugualmente mirate) riduzioni d'imposta. È il caso ad esempio dei prodotti per l'infanzia come i pannolini e magari anche di alcuni servizi, che in questa ipotesi sarebbero dirottati verso l'aliquota super-agevolata del 4 per cento, quella dei generi di prima necessità. Potrebbero seguire un percorso inverso e quindi essere riportati al 22 per cento alcuni settori che oggi godono dell'aliquota ridotta del 10 per cento, come il turismo e la ristorazione. Mentre salirebbero dal 22 ad un livello superiore, anche di qualche punto, alcuni generi definiti di lusso, il cui elenco però comporta non poche difficoltà di messa a punto. Per quanto riguarda il settore immobiliare e l'edilizia, fa fede l'intenzione espressa dal governo nel Def-Progetto nazionale di riforma, quando ha specificato di «non ritenere opportuno in questa fase rivedere l'imposizione sugli immobili, già oggetto di numerosi cambiamenti legislativi negli ultimi anni». Il gettito recuperato con un insieme di movimenti mirati delle aliquote dipenderebbe naturalmente dalla sua esatta composizione. L'obiettivo dei 23 miliardi che scatterebbero a legislazione vigente resta comunque lontano e dunque si pone il problema per l'esecutivo di fare ricorso comunque ad una serie di interventi diversi.

EFFETTI LIMITATI
In ogni caso quale sarebbe l'effetto di un eventuale scatto integrale delle clausole di salvaguardia? Se ne sono occupati alcuni degli organismi intervenuti nelle audizioni sul Def, dall'Istat alla Banca d'Italia. Secondo l'istituto di statistica l'effetto depressivo degli aumenti di aliquota nella loro totalità avrebbe un impatto depressivo sui consumi limitato, pari allo 0,2 per cento. Quanto alla trasmissione degli incrementi di imposta sui prezzi, in teoria questa dovrebbe essere totale, ma sia Istat che Banca d'Italia ritengono che in una fase come l'attuale gli aumenti potrebbero scaricarsi solo in misura parziale sui consumatori finali, sia perché i venditori potrebbero rinunciare ad una parte dei propri margni, sia per un meno virtuoso fenomeno di crescita dell'evasione.
  Ultimo aggiornamento: 23 Luglio, 17:40 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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