Tommaso Nannicini, economista e senatore Pd: «L'inflazione durerà, va rivisto subito il sistema dei salari»

Tommaso Nannicini, economista e senatore Pd: «L'inflazione durerà, va rivisto subito il sistema dei salari»
di Andrea Bassi
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Mercoledì 6 Aprile 2022, 15:17 - Ultimo aggiornamento: 7 Aprile, 08:46

Tommaso Nannicini, senatore del Partito democratico, ex sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei ministri nel governo Renzi e professore ordinario di Economia politica alla Bocconi.

Insomma, politico ed economista. La persona giusta con l quale provare a ragionare su che autunno sarà con la guerra in Ucraina, l’impennata dei prezzi dell’energia, il ritorno dell’inflazione e, soprattutto, gli impatti sociali ed economici sulle persone.

Professor Nannicini, l’inflazione in Italia ha toccato il 6,7%. Ormai non si parla più di un dato temporaneo, ma strutturale. Che sta succedendo?

«È uno degli effetti dell’invasione dell’Ucraina. L’inflazione che analisti e mercati ritenevano temporanea rischia di diventare permanente per due motivi».

Quali?

«Primo per le incertezze legate alla durata del conflitto. Secondo per l’impatto sul modello della globalizzazione e sul riaggiustamento delle catene internazionali, che provocano strozzature dal lato dell’offerta generando inflazione».

Tommaso Nannicini

Dopo anni di politiche fiscali accomodanti, assistiamo a risposte diverse tra Europa e Stati Uniti all’inflazione. La Fed ha deciso una stretta più rapida. Chi ha ragione?

«Sono dinamiche diverse. Negli Stati Uniti gli aumenti dei prezzi sono strutturali e legati anche a una dinamica salariale che in Europa, per adesso, non si registra. Il dato di fondo è che dobbiamo abituarci a convivere con dinamiche inflazionistiche più spinte. Non è solo un tema economico, è anche politico».

Politico?

«Le classi dirigenti, quelle politiche, quelle datoriali e quelle sindacali, hanno una cassetta degli attrezzi che non è tarata per affrontare queste dinamiche».

Qual è questa cassetta degli attrezzi di cui dovrebbero dotarsi?

«Io vedo due macro temi. Il primo europeo. Il secondo di relazioni industriali».

Partiamo da quello europeo.

«L’Europa ha dato una risposta giusta alla pandemia con Next Generation Eu. Debito comune per investimenti comuni. Ha saputo reagire allo shock pandemico, diversamente da quanto aveva fatto durante la grande recessione del 2008-2011 con le politiche di austerità. Ma sarebbe sbagliato pensare che sia la risposta a una crisi specifica e basta. L’invasione dell’Ucraina dimostra che l’Europa non può restare in mezzo al guado. Deve fare delle scelte».

Quali scelte in particolare?

«Next Generation Eu deve diventare l’embrione di una politica fiscale comune. Serve un’Europa politica, perché economia e geopolitica si tengono tra loro, e lo stesso vale per politica fiscale e monetaria. La Bce da sola non basta. Senza una risposta forte e coordinata di politica fiscale a livello europeo rischiamo la terza recessione in dieci anni. Con costi sociali elevatissimi».

Recessione e inflazione?

«Qualcosa di peggio della stagflazione. Una decrescita infelice».

Che risposta servirebbe a livello europeo?

«Un Next Generation 2.0. Stimoli coordinati per fronteggiare i costi dell’energia con strumenti di debito comune. Non dobbiamo spaventarci e rendere strutturali questi strumenti per rispondere all’economia di guerra».

I salari in Italia ristagnano da anni. L’inflazione inizierà a mordere. Eppure aumenti generalizzati rischiano di alimentare una spirale dei prezzi. Come se ne esce?

«L’inflazione è una tassa su lavoratori e pensionati. Soprattutto quelli con redditi bassi. Questa volta ancora di più, perché lo shock che stiamo vivendo è esogeno e colpisce soprattutto energia e alimenti».

Come si affronta?

«Serve un patto con le parti sociali sul modello del protocollo Ciampi. Vanno coordinati gli strumenti della politica economica e quelli della contrattazione collettiva».

Il patto della fabbrica, che prevede aumenti depurati dal prezzo dell’energia, è morto?

«Prima di rottamare gli strumenti a disposizione bisogna predisporne di nuovi. Ma il sistema va rivisto, perché non funzionava del tutto già prima. La politica, senza ledere l’autonomia di sindacati e imprese, deve favorire un processo di riscrittura delle regole per agevolare la buona contrattazione».

Cosa intende per agevolare la buona contrattazione?

«Combattere i contratti pirata e rafforzare una contrattazione nazionale a sostegno di produttività e salari. E nel frattempo per quella parte d’inflazione che è temporanea bisogna continuare con la politica di sostegno fiscale».

La riduzione dei costi delle bollette elettriche e del gas?

«Certamente gli aiuti per il caro-energia. Ma anche un prolungamento della decontribuzione dell’ultima legge di bilancio sui redditi medio-bassi».

Per farlo servono risorse. Uno scostamento di bilancio?

«Vanno usati gli spazi fiscali disponibili. Non per fare archeologia del presente, ma se nella crisi precedente avessimo speso un po’ meno a pioggia i soldi adesso avremmo più spazi di manovra fiscale. Dobbiamo cercare di essere più selettivi questa volta negli aiuti. Selettivi sia nelle filiere sia per le famiglie concentrandoci sui redditi medio-bassi».

Cosa si dovrebbe fare invece per la parte di inflazione strutturale?

«Sulla parte permanente dobbiamo aiutare la buona contrattazione a sostenere i salari. E bisogna farlo senza avviare la spirale inflazionistica».

In che modo?

«Oggi abbiamo sette milioni di lavoratrici e lavoratori con contratto scaduto. Tutti i rinnovi andrebbero incentivati, anche fiscalmente, per aumentare i salari. Soprattutto quelli bassi per non farli erodere dalla dinamica dei prezzi. E per la parte sopra i salari più bassi, invece, le parti sociali dovrebbero essere incentivate a trovare strumenti di partecipazione che leghino maggiormente utili e retribuzioni».

Quale sarebbe il ruolo dello Stato in questo programma?

«Lo Stato, rinunciando a parte delle sue entrate fiscali, aiuterebbe le parti sociali, nella loro autonomia, a fare una buona contrattazione di primo livello che si prenda carico dei redditi più bassi alzando i minimi salariali, proteggendoli dall’inflazione. E per la parte più alta, invece di aumenti generalizzati che creerebbero una spirale inflazionistica, permettendo alle imprese che hanno margini di redistribuire utili aumentando di fatto le retribuzioni».

Dunque una defiscalizzazione parziale dei rinnovi e della distribuzione di utili.

«È un sistema che può contribuire a evitare la spirale prezzi-salari proteggendo il potere d’acquisto di chi ne ha più bisogno. Ma mi lasci dire un’ultima cosa».

La dica.

«La questione salariale deve diventare una priorità. E serve una classe politica, imprenditoriale e sindacale che ricominci a pensare in termini di inflazione. Un problema che abbiamo relegato al passato ma ora sta bussando prepotentemente alle nostre porte».

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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