Hai scelto di rifiutare i cookie

La pubblicità personalizzata è un modo per supportare il lavoro della nostra redazione, che si impegna a fornirti ogni giorno informazioni di qualità. Accettando i cookie, ci aiuterai a fornire una informazione aggiornata ed autorevole.

In ogni momento puoi modificare le tue scelte tramite il link "preferenze cookie" in fondo alla pagina.
ACCETTA COOKIE oppure ABBONATI a partire da 1€

Tartufo, principe della tavola e salvatore dell'ambiente: con Urbani è anche modello d’impresa

Tartufo, principe della tavola e salvatore dell'ambiente: con Urbani è anche modello d’impresa
di Italo Carmignani
5 Minuti di Lettura
Mercoledì 2 Febbraio 2022, 11:54 - Ultimo aggiornamento: 7 Febbraio, 20:19

In fondo, gli mancava solo di salvare l’ambiente.

Per il resto ha fatto tutto: impreziosito tagliatelle fumanti, caricato il gusto delle carni, magnificato pane e olio, spingendosi fino all’astice (ma senza mai umiliare origini e vocazioni marine), reso felice Winston Churchill che lo accompagnava a champagne (il Pol Roger) e tirate di sigaro. Perché il tartufo non è solo un tubero bitorzoluto nato dal capriccio di una radice, è il motore felice della gastronomia mondiale, sposo saporito per ogni piatto e voce da 60 milioni di euro l’anno nel bilancio della Urbani Tartufi srl, una sede elegante nel cuore della Valnerina, a poche decine di chilometri da Perugia, con due stabilimenti in provincia di Terni, uno ad Alba in Piemonte e due centri di distribuzione, a Milano e a Roma. Urbani Tartufi, circa 300 dipendenti, è una delle prime imprese al mondo interamente dedicata al prezioso condimento, sopratutto al Nero di Norcia. Prima non solo per la commercializzazione (sei filiali in Usa oltre a essere presente in Francia, Dubai e Hong Kong), ma anche per la tecnologia di coltivazione, la vera svolta per il futuro di un frutto bizzarro perché niente è scontato con il tartufo, a cominciare dalla sua nascita.

IL PROGETTO

Piatto ricco quello del condimento con un calcolo che fa così: il commercio annuale del settore raggiungerà, a livello mondiale, un valore a nove zeri in euro, una scia di profumo lunga migliaia di chilometri sopra le tavole dei buongustai. Lo spiega in uno studio la Jfc, esperti del settore. Marylin Monroe, chiamata negli anni ‘60 a celebrare il battesimo gastronomico di uno dei tartufi bianchi più grandi al mondo, non avrebbe mai immaginato nei contorni di quel patatone profumato il futuro economico di interi territori boschivi la cui vocazione è passata dalla legna da ardere, alla carta e ora alla coltivazione del famoso tubero. Il progetto alza le sue antenne in Umbria nel 2017 con la forza innovativa della sesta generazione della Urbani Tartufi e dalla volontà di dare vita a nuove tartufaie, attraverso la coltivazione di piante micorrizate. Questo grazie ad un progetto a tutto tondo che accompagna gli agricoltori nell’intero processo, dalla semina alla vendita del prodotto. L’idea si chiama Truffleland, in cui l’esterofilia si coniuga con i mercati del tartufo Urbani – che spaziano dall’America alla Cina – e unisce le più avanzate tecniche dell’agricoltura moderna a quelle tradizionali che consentono di riqualificare zone abbandonate, montane o collinari garantendo la sopravvivenza di specie autoctone e preservando la biodiversità. Le piante producono ossigeno e la loro coltivazione permette di tenere sotto controllo e puliti centinaia di ettari, a tutto vantaggio della prevenzione degli incendi e della lotta al dissesto idrogeologico. E qui arriva l’ambiente, tema fondamentale nell’epoca in cui le mutazioni delle temperature impongono ritmi di pensiero diversi. La produzione naturale del tartufo è in forte calo. Truffleland rappresenta quindi una via sostenibile ed ecologica per il recupero delle zone abbandonate e per l’aumento della redditività dei terreni montani incolti. Chiunque abbia un terreno adatto alla tartuficoltura troverà un innovativo modello imprenditoriale, appassionante e redditizio, attraverso un servizio di consulenza chiavi in mano e la possibilità di ottenere redditi immediati, grazie al servizio di ritiro della merce con pagamento alla consegna della stessa Urbani Tartufi. Un ciclo chiuso, quanto aperto a tutti quei territori di macchia mediterranea. Spiega Gianmarco Urbani, che assieme a Olga e Carlo Urbani guida l’azienda familiare: «Non si tratta solo di implementare la produzione, ma offrire al nostro bellissimo territorio un futuro legato all’economia agricola quanto a quella del turismo, uno dei fari nel buio della pandemia. Rispetto alla vendita comunque, i consumatori rimasti in casa si sono premiati: ci è mancato il 50% della domanda. Nonostante i prezzi alti dovuti a una stagione disgraziata per la scarsità di pioggia».

LE FILIALI

Lo sviluppo interno con un occhio sempre presente all’estero. D’altra parte, la Urbani nasce nel 1852 da Costantino che spedisce i suoi tartufi in Francia per poi spingersi verso la Svizzera e la Germania. Ma la vera svolta arriva più tardi e la racconta Olga Urbani: «Sono stati Paolo e Bruno, ossia mio padre e mio zio, a dare la spinta internazionale. Dopodiché, io e i miei cugini Carlo e Giammarco abbiamo consolidato il loro lavoro, aprendo molte filiali all’estero, ma soprattutto abbiamo un po’ ruotato la linea produttiva. Anziché concentrarci solo sulla produzione del tartufo, abbiamo scommesso sui prodotti derivati. Oggi vantiamo oltre 600 prodotti a base di tartufo». Bruno Urbani, presidente dell’azienda e patriarca, ha sempre avuto a cuore tutti i componenti dell’azienda: «È con il contributo di tutti che si riesce a compiere un viaggio importante». L’idea è quella di Adriano Olivetti, tra i più grandi imprenditori italiani: il successo dell’azienda è legato al benessere di chi ci lavora. Se nel portafoglio degli ordini ci sono America, Europa e Giappone con gli emergenti Cina, Corea, Taiwan e Medio Oriente, è lo sguardo dalle vetrate dell’azienda che riempie il cuore. «Vi confido un segreto – chiude Giammarco Urbani – vedete quella chiazza di erba secca sotto le piante tartufigene? È il segnale che sotto c’è sicuramente tartufo, perché dove cresce lui non c’è spazio per nessun altro». Come a tavola. 

© RIPRODUZIONE RISERVATA