Caro bollette, pesa il ritardo delle rinnovabili: per ora coprono soltanto il 20% dei consumi totali. Sud indietro ma non la Puglia

Caro bollette, pesa il ritardo delle rinnovabili: per ora coprono soltanto il 20% dei consumi totali. Sud indietro ma non la Puglia
di Giusy Franzese
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Mercoledì 3 Novembre 2021, 15:01 - Ultimo aggiornamento: 4 Novembre, 14:08

A vedere la cartina dell’Italia colorata a seconda della concentrazione di impianti, salta subito all’occhio un paradosso: le regioni più calde, quelle del Sud Italia dove il sole splende quasi sempre, spesso anche nelle giornate invernali, sono proprio le aree con un numero inferiore di pannelli solari.

Dei 935.838 impianti fotovoltaici esistenti in Italia a fine 2020 (rapporto Gse di giugno 2021) soltanto il 2,9% è in Calabria, appena il 4% in Campania e il 4,2% in Sardegna. La regione del soleggiato Sud con il numero maggiore di impianti è la Sicilia con il 6,4% del totale. E poi c’è il caso Puglia: in termini numerici sul territorio pugliese è stato installato il 5,8% degli impianti, ma in termini di potenza la Puglia detiene il primato nazionale con 2.900 MW (13,4% del totale nazionale) ed è anche la regione con la dimensione media degli impianti più elevata (53,4 kW). Fatta salva la Puglia, però, come detto il Mezzogiorno resta indietro sul versante delle rinnovabili e in particolare del fotovoltaico. Complessivamente al Sud c’è il 28% degli impianti, contro il 55% nel Nord e il 17% nel Centro. A fare la parte del leone sono Lombardia e Veneto che insieme hanno il 30% degli impianti totali, rispettivamente 145.531 e 133.687.

VANTAGGI ENORMI

In realtà è l’Italia intera che resta indietro in questo campo rispetto ai programmi e agli obiettivi. Eppure mai come adesso è diffusa la percezione degli enormi vantaggi che porterebbe una produzione di energia maggiore dalle rinnovabili, per la dovuta attenzione alle problematiche del clima e – perché no – anche per una questione di costi. In Italia l’elettricità prodotta dai nuovi impianti fotovoltaici infatti costa meno della metà rispetto a quella da gas o carbone: se già adesso avessimo a disposizione più impianti subiremmo di meno i rincari che stanno facendo lievitare le bollette. Invece le rinnovabili in Italia riescono a coprire solo il 20% dei consumi energetici totali e il 38% di quelli elettrici: impossibile rinunciare ai combustibili fossili. Non che i progressi non ci siano, ma sono molto lenti. E gli esperti temono che di questo passo non riusciremo a centrare gli obiettivi Ue al 2030, confermati anche all’ultimo G20 di Roma e previsti sia nel Pnrr che nel Pniec (Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima): per raggiungerli dovremmo installare nella rete elettrica italiana in dieci anni circa 20 GW di eolico e 50-60 GW di fotovoltaico. Oppure quasi 70 GW di solo fotovoltaico che significa circa 7 GW di potenza in più all’anno: ebbene nel 2020 con 55.550 nuovi impianti fotovoltaici (di cui 47.600 domestici, 5.097 nel terziario, 1.710 nell’industria e 1.143 nell’agricoltura) eravamo a meno di 1 GW, per la precisione 749 MW. Certo la pandemia da Covid non ha aiutato, ma non è che l’anno prima il valore fosse molto diverso: 751 MW. Spesso a frenare è la burocrazia che accompagna l’installazione di ogni singolo impianto. Oltre alla comunicazione preventiva al Comune, infatti, per gli impianti grandi oppure nel caso di pannelli solari su edifici storici, o ancora in aree sottoposte a vincoli o a tutela, servono i permessi (a seconda dei casi) di Provincia, Regione e Sovrintendenza con tanto di pratiche ad hoc e valutazione di impatto paesaggistico. L’iter non è per niente semplice poi nel caso di interventi che modificano sagoma, volumetria, o la destinazione d’uso di un immobile. E così molti cittadini – seppur con forte sensibilità verso l’energia pulita e “le grida di dolore del pianeta” come ha detto Papa Francesco – rinunciano. Eppure le tecniche per bypassare le obiezioni di chi considera i pannelli solari deturpanti per il territorio, ci sono.

LA RICERCA AVANZA

L’energia solare – dicono gli esperti del Cnr – può alimentare il nostro consumo senza consumare altro suolo, integrando il fotovoltaico nelle infrastrutture e nelle facciate degli edifici. La ricerca sta fornendo nuovi materiali e tecnologie. «Gli edifici – spiegano in una lettera pubblicata su Nature gli esperti Massimo Mazzer (dell’Istituto dei materiali per l’elettronica e il magnetismo del Consiglio nazionale delle ricerche) e David Moser (responsabile R&D sul fotovoltaico di Eurac Research) – rappresentano circa il 40% del consumo totale di energia nei Paesi industrializzati, e generare energia in loco è essenziale per renderli energeticamente neutri o addirittura produttori netti, riducendo così la domanda di elettricità dalla rete. Anche le facciate possono contribuire significativamente». Un esempio illuminante – è proprio il caso di dirlo – viene dalla Copenhagen International School, edificio di 26.000 mq le cui facciate, ricoperte da 12.000 moduli solari, riescono a produrre un’energia tale da soddisfare oltre il 50% di quella di cui necessita la scuola. Un risultato eccezionale, raggiunto in un Paese come la Danimarca che, in quanto a irradiazione dei raggi solari, non è certo l’Italia.

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