Giorgetti: «Lo Stato che controlla l’impresa non è il futuro». Recovery, cura del ferro

Giorgetti: «Lo Stato che controlla l impresa non è il futuro». Recovery, cura del ferro
di Andrea Bassi
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Venerdì 7 Maggio 2021, 00:02

ROMA Lo Stato nella crisi fa e farà la sua parte. Non può tirarsi indietro. Ma gli imprenditori dovranno rimettersi in gioco. Perché il pubblico al 100 per cento nelle imprese, con tanto di gestione, non può essere il futuro. È questa la sintesi del pensiero del ministro dello Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti, illustrata ieri durante il webinar «Obbligati a crescere - L’economia della prossima generazione», al quale hanno preso parte oltre a Giorgetti, i ministri Mara Carfagna (Sud), Vittorio Colao (Innovazione tecnologica) ed Enrico Giovannini (Infrastrutture), oltre al gotha dell’economia privata e pubblica tra cui Carlo Messina (Intesa Sanpaolo), Francesco Starace (Enel), Pietro Salini (WeBuild), Gianfranco Battisti (Ferrovie dello Stato), Alessandro Profumo (Leonardo), Silvia Candiani (Microsoft Italia) e Pietro Innocenti (Porche Italia). 


Il dibattito ha provato a rispondere a una domanda semplice ma centrale: che Italia sarà nel 2026 dopo che i miliardi del Recovery Plan saranno stati utilizzati? Il Piano nazionale di ripresa e resilienza, ha spiegato Giorgetti, «risponde al ruolo pubblico in una situazione di crisi, dopo di che ci deve essere la parte privata, gli imprenditori che si rimettono in gioco. L’alternativa è che lo Stato diventi azionista al 100%, questo non può essere il futuro». Ma nel 2026, oltre alla presenza dello Stato nell’economia, ci sarà un’altra incognita da sciogliere: quella del debito pubblico. Tema affrontato dal banchiere Messina. «È indispensabile - ha spiegato - realizzare la crescita. Se attiviamo tutto il potenziale del Piano, cresceremo mediamente dell’1,5% dal 2025 al 2030 raggiungendo un rapporto debito/Pil del 140% (dal 157% previsto per quest’anno). Ma non basterà - ha proseguito il ceo di Intesa Sanpaolo - Dobbiamo trovare negli anni ulteriori fattori di sviluppo, in modo da portare la crescita oltre il 2% e garantire un rapporto debito/Pil che ci renda indipendenti dalla Bce». 


GLI INVESTIMENTI
D’altro canto il Recovery Plan mette a disposizione una gran mole di risorse, soprattutto per gli investimenti, come ha ricordato il ministro delle infrastrutture Giovannini. Ci sarà una vera e propria «cura del ferro», ha spiegato. Il ministero delle Infrastrutture e della Mobilità gestirà 62 miliardi del Piano nazionale di ripresa e resilienza. La “cura del ferro” è un capitolo che da solo vale non meno di 25 miliardi. L’obiettivo è sviluppare le ferrovie portando l’alta velocità a Reggio Calabria e chiudere la Brescia-Padova. Ma è anche previsto il raccordo con le linee regionali. Tra le tratte citate da Giovannini ci sono la Orte-Falconara e la Roma-Pescara, le linee ferroviarie che andranno da Est a Ovest. Ci sono anche 8,5 miliardi per i materiali rotabili, che vuol dire nuovi treni, nuovi autobus, nuove metro. 
Il ministro dell’Innovazione tecnologica Colao, invece, ha frenato sul progetto della rete unica particolarmente caro al precedente governo. «Credo - ha detto - che il ruolo giusto della politica sia quello di pensare agli interessi dei cittadini», quindi a portare la banda ultra-larga a loro e «farlo in maniera equilibrata. Le questioni societarie le devono valutare le società e l’Antitrust». 

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La ministra Carfagna, responsabile del Sud, ha spiegato che la sua priorità «è porre le basi per una riunificazione economica e sociale del Paese. Il Piano nazionale di ripresa e resilienza», ha aggiunto, «ci aiuta a fare questo balzo in avanti. Per il Sud - ha proseguito la ministra - c’è una quota di 82 miliardi di euro del Pnrr, che diventano 130 miliardi se si aggiungono i fondi strutturali e quelli del React Eu». L’impiego di questi fondi, ha sottolineato la ministra, determinerà una crescita del Sud aggiuntiva del 24 per cento, rispetto al 15 per cento della media nazionale. 

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