Recovery, fondo complementare: 30 miliardi in più ma non sono “blindati”

Recovery, fondo complementare: 30 miliardi in più ma non sono “blindati”
di Andrea Bassi
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Il ministro delle infrastrutture Enrico Giovannini, sparge ottimismo. Per lui il cosiddetto “fondo complementare” è una vittoria. Il governo ha messo a disposizione 30,6 miliardi, ai quali se ne aggiungono altri 10 per l’alta velocità ferroviaria Salerno-Reggio Calabria, che si aggiungono ai 191,5 miliardi dei soldi stanziati dall’Europa per l’Italia nella linea principale del Fondo di ripresa e resilienza. Per Giovannini, anzi, il fatto che ci siano i fondi “complementari” è una buona notizia anche perché, ha detto, «sarà possibile cominciare ad impiegare le risorse nazionali già nei prossimi mesi, stimolando così la ripresa economica e occupazionale, che nei settori delle costruzioni e dei trasporti è già in atto, come mostrano gli ultimi dati Istat». Peraltro, ha aggiunto, questi interventi si affiancheranno a quelli derivanti dal commissariamento delle opere bloccate da anni e dall’assegnazione agli enti territoriali dei fondi per la manutenzione delle strade provinciali e il potenziamento del trasporto pubblico locale.

I DUBBI

Ma qualche dubbio, più di uno a dire la verità, serpeggia tra i “beneficiari” degli investimenti inseriti nel fondo complementare. Il primo timore riguarda la stabilità di questi finanziamenti. Non si tratta di aiuti a fondo perduto dati dall’Europa, e nemmeno di prestiti a tassi quasi zero concessi sempre da Bruxelles. I 30,6 miliardi del fondo complementare arrivano dal deficit. Sono cioè, soldi che lo Stato non ha in cassa, ma che dovrà ogni anno per i prossimi cinque anni prendere a prestito sui mercati finanziari emettendo Bot e Btp. Quale è il problema, si potrebbe obiettare, visto che solo nell’ultimo anno e mezzo il governo ha gonfiato il suo indebitamento di oltre 200 miliardi di euro? Non saranno certo 5 miliardi in più all’anno per i prossimi sei anni a fare la differenza. In realtà proprio qui sta il problema. Le regole del patto europeo per ora sono sospese. Lo saranno molto probabilmente anche nel 2022. Ma prima o poi, e alcuni segnali che vanno in questa direzione già ci sono, la disciplina di bilancio tornerà di attualità e l’Italia si troverà a dover discutere con i partner europei sedendosi al tavolo con un debito del 160 per cento del Pil. La storia passata insegna che nel momento di stringere la cinghia tutti i fondi nel bilancio nazionale, salvo poche eccezioni, sono scritti sulla sabbia. Insomma, i progetti usciti dal Recovery e inseriti nella lista “complementare” non hanno lo stesso grado di «blindatura» di quelli del programma principale. L’altro aspetto riguarda i tempi di esecuzione delle opere. Il governo promette che quelle del fondo complementare avranno le stesse procedure accelerate di quelli del Recovery. Ma ancora una volta, mentre quelli inseriti nel programma europeo hanno scadenze rigide prefissate che se non vengono rispettate portano al blocco dei finanziamenti, per quelle del fondo italiano questa rigidità potrebbe risultare attenuata.

NUOVE PRIORITÀ

Il rischio sarebbe quello di un circolo vizioso: lavori più lenti, obiettivi mancati, definanziamento delle risorse. Ovviamente il governo non crede che tutto questo possa avvenire. Nell’idea di Mario Draghi e del ministro Giovannini tutto procederà spedito e nemmeno un euro del fondo complementare andrà sprecato. Ma qui si innesta anche un ragionamento politico. Il governo Draghi potrà durare, al massimo, fino alla fine della legislatura, nel 2023. Poi arriverà un nuovo esecutivo. Con delle nuove priorità politiche. Se i progetti del Recovery sono blindati dal “contratto” sottoscritto con l’Unione europea e dalla circostanza che il “pagatore” è Bruxelles, i fondi italiani potrebbero fare gola per finanziare altre misure magari inserite nei programmi elettorali dei partiti vincitori della competizione elettorale.

L’ELENCO

Ma cosa esattamente è finito nel fondo complementare? Le due voci più grandi, in realtà, sono il finanziamento all’Ecobonus e al Superbonus del 110% con uno stanziamento di 4,7 miliardi; e il programma per le imprese Transizione 4.0, con altri 4,7 miliardi di euro. Poi ci sono 700 milioni per il “cold ironing”, l’elettrificazione delle banchine dei porti. Altri 250 milioni sempre per i porti, per i collegamenti dell’ultimo miglio ferroviario e stradale (sono due voci che riguardano anche il porto di Civitavecchia). Ed ancora, 2 miliardi per la salute, compresi gli investimenti sugli ospedali; 600 milioni per il rinnovo delle flotte dei bus del trasporto pubblico lorcale; altri 800 milioni per le “navi verdi”; 130 milioni per costruire nuove strutture penitenziarie; 350 milioni per il Sud, per investimenti in contesti di marginalizzazione; un miliardo e mezzo per il programma strade sicure dell’Anas, quello per monitorare ponti, viadotti e gallerie. E ancora 1,7 miliardi per il rafforzamento delle linee regionali ferroviarie e l’ammodernamento del materiale rotabile. Insomma, non si tratta di investimenti secondari. Ma resta per molti il timore, che il fondo complementare si trasformi prima o poi in un lungo elenco dei “vorrei ma non posso”. 

Mercoledì 5 Maggio 2021, 16:31 - Ultimo aggiornamento: 12 Maggio, 14:44
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