Nasdaq, dopo i fasti trema con i colossi dell’hi-tech che ora aprono il paracadute

Nasdaq, dopo i fasti trema con i colossi dell’hi-tech che ora aprono il paracadute
di Flavio Pompetti
5 Minuti di Lettura
Mercoledì 4 Maggio 2022, 12:20 - Ultimo aggiornamento: 5 Maggio, 07:10

Profondo rosso al Nasdaq. Il listino che raccoglie la maggior parte dei titoli del settore tecnologico è in caduta dall’inizio dell’anno, come accade peraltro a tutti i titoli delle Borse nel mondo.

Mentre la caduta del Dow Jones è però contenuta entro il 10%, e quella dello S&P 500 arriva al 13%, il Nasdaq ha perso negli ultimi quattro mesi più del 21%, con effetti devastanti sulla capitalizzazione di alcune delle big tech. La perdita di valore complessiva di giganti come Netflix, Amazon, Tesla, Amazon, Alphabeth (Google), Microsoft e Apple ha superato i 1.500 miliardi, pari al Pil dell’intera Russia. L’andamento comincia a preoccupare perché sebbene si tratta di titoli ad elevata volatilità, sul listino newyorkese nell’ultimo decennio si erano ammassati gli investimenti non solo dei privati, ma della gran parte dei fondi pensione e delle riserve municipali di città piccole americane.

LA SCOMMESSA

 Puntare i propri risparmi sul Nasdaq era divenuta una garanzia di guadagno quasi sicuro, un biglietto che assicurava un posto a bordo del treno della ripresa, dopo il crollo del 2008 e la crisi dei derivati. Le aziende tecnologiche navigavano ad alta quota, con un’espansione commerciale e di profitti che sembrava non avere più limiti. Nemmeno il blocco della mobilità imposto dalla pandemia era riuscito a fermare la scalata. Anzi. Alla fine del biennio 2020-2022, il listino tech era cresciuto del 55,6%, anche se nel frattempo il commercio mondiale aveva subito la paralisi più dannosa dal 1974, dal tempo cioè della crisi del petrolio. Il miracolo dipendeva dalla immaterialità dei beni prodotti, per lo più concentrati nel software e nei servizi relativi a Internet, i quali hanno continuato ad attirare più consumatori in tempo di lockdown nella prospettiva di servizi sempre più nuovi. Forse è stata questa corsa all’ultimo possibile cliente a portare le aziende alla saturazione. O forse è stata la risposta che le maggiori economie hanno dato alla crisi della pandemia a ritardare la lettura di un fenomeno che stava già riducendo la propria carica innovativa. La massiccia iniezione di liquidità per le banche e di sussidi per i consumatori decretata dalla Federal Reserve - che però ora è tornata a manovrare la leva dei tassi - ha sostenuto la spesa e permesso a non poche aziende di consolidare i bilanci con il riacquisto di azioni, anche se nel frattempo alcune crepe, oggi diventate voragini, erano già visibili.

IL TEMPO DELLA VERITÀ

 All’inizio del 2022 il momento della verità è comunque arrivato. Una dopo l’altra, le protagoniste del settore hanno comunicato bilanci finanziari nei quali i profitti sono in calo ma, dato più preoccupante, l’espansione del mercato e l’acquisizione di nuovi clienti si è arrestata (Apple, Microsoft, Alphabeth), quando non crollata (Facebook, Netflix, Twitter). Dietro la battuta di arresto ci sono motivi contingenti, come la guerra commerciale ingaggiata dagli Usa con la Cina ad esempio, che ha costretto alcune delle reti social Usa a ridurre o a rinunciare alla presenza su un mercato ancora in espansione. La guerra scatenata dalla Russia contro l’Ucraina ha scavato ancora più profondo nei conti aziendali, visto che molte delle società a stelle e strisce si sono allineate al regime delle sanzioni contro Mosca sospendendo le attività nel Paese. Il semplice rincaro del costo dei carburanti da trasporto, per fare solo un esempio, grava in misura notevole sui conti di un’azienda come Amazon, che vanta una flotta di Boeing 767 per consegnare le merci ai grandi centri di smistamento sparsi sul territorio. La chiusura dei bilanci del primo trimestre sembra mostrare però che la crisi è ben più profonda, perché riguarda le strategie industriali rincorse negli ultimi due decenni, quando l’obiettivo comune delle protagoniste del settore tecnologico era la crescita tramite l’espansione della base dell’utenza.

TRASFORMAZIONE

Quel modello è giunto oggi al capolinea, un po’ perché la novità dell’offerta si è diluita con l’arrivo della concorrenza (Twitter e TikTok contro Facebook; Apple, Disney e Amazon contro Netflix), un po’ perché l’originalità delle proposte è venuta a scontrarsi con l’obsolescenza prematura, tipica di Internet. Gli analisti di mercato negli Usa parlano di una crisi epocale, come quella che al tempo ha investito i costruttori di computer e di laptop, e poi i servizi storici di posta elettronica. Di fatto le grandi aziende del Nasdaq sono già impegnate in un profondo esame di revisione che definisca la nuova identità con la quale cercheranno di sopravvivere alla crisi, e questo processo ha un nuovo imperativo: la ricerca di contenuti. È in questa chiave che va letto l’annuncio di Mark Zuckerberg, con sei mesi di anticipo rispetto alla crisi di affezione da parte degli utenti di Facebook, della transizione che il sito social farà in direzione di Metaverso, con la completa reinvenzione della tecnologia per le comunicazioni tra privati. È questa anche la motivazione che spinge Elon Musk, nel momento in cui si accinge a prendere possesso di Twitter, a dichiarare che la rete sociale ha un grande bacino di crescita potenziale ancora inesplorato. La fase di ripensamento nella quale il settore si trova è confermato dal drastico calo del debutto delle startup in Borsa: appena 17 dall’inizio dell’anno. L’improrogabilità di una svolta radicale è nell’aria, ma le direttive sulle quali si muoverà e gli artefici del cambiamento, non sono ancora visibili, o appaiono troppo lontani e improbabili. Ed è bene che si mostrino quanto prima, se si vuole evitare un altro crollo storico delle Borse. 

© RIPRODUZIONE RISERVATA