Danilo Iervolino: «Credo nei giornali, possono tornare a essere redditizzi»

Daniele Iervolino
di Jacopo Orsini
5 Minuti di Lettura
Mercoledì 30 Novembre 2022, 12:06 - Ultimo aggiornamento: 1 Dicembre, 16:32

Si definisce un sognatore, uno che ha il coraggio di cambiare e che non si spaventa. Di sicuro Danilo Iervolino, 44 anni, una fortuna costruita con l’intuizione di portare in Italia l’università telematica, con la decisione di acquistare L’Espresso, glorioso ma ormai appannato settimanale, un certo coraggio l’ha mostrato.

L’editoria soffre da anni e con i giornali, soprattutto quelli in lingua italiana, chiudere i bilanci in utile è sempre più difficile. L’imprenditore nato a Napoli e oggi basato a Roma, invece è convinto che con la carta dei settimanali si possa ancora guadagnare. La ricetta precisa deve ancora individuarla, ma la passione e l’entusiasmo certamente non gli mancano. E con Pegaso, l’università telematica fondata un ventennio fa e venduta da poco, di soldi ne ha fatti parecchi. Dopo aver rilevato L’Espresso dalla Gedi della famiglia Agnelli-Elkann, in tanti gli hanno attribuito l’intenzione di acquistare anche La Repubblica, la corazzata del gruppo editoriale a cui fanno capo anche La Stampa e il Secolo XIX. Lui nega («solo voci», taglia corto) ma nelle potenzialità del settore editoriale ci crede.

Iervolino, perché ha deciso di vendere la sua attività nel campo della formazione?

«Mi ritengo un sognatore, uno che vuole cambiare lo status quo delle cose, che adora il cambiamento e non si spaventa. Uno che vuole innovare, scoprire, rimettersi in gioco, che si scatena quando vede cose belle, che ha un sangue vivo e passionale. Ho avuto la grande soddisfazione di portare in Italia e affermare ai più alti livelli il mondo dell’educazione online ma al tempo stesso non sono uno che si ferma. Ho ritenuto allora che fosse arrivato il momento di andare avanti e guardare altrove».

Pensa che in Italia manchi il coraggio per fare cose nuove?

«Non vorrei peccare di superbia, quindi posso solo dire che il coraggio a me non è mancato e non mi sono certo fatto intimorire dalla sfida, anzi».

A chi si ispira nella sua attività?

«Ho un punto di riferimento che per me è stato un esempio unico e certamente irripetibile di genialità e coraggio della sfida. È Steve Jobs».

Perché ha deciso di puntare sull’editoria e in particolare sull’Espresso?

«Perché credo fortemente nella comunicazione, nella sua grande missione di poter migliorare, informare, educare ed intrattenere le persone. Il settore dell’editoria in Italia in questo momento ristagna in un approccio abitudinario, lento, stanco. Credo invece in un approccio all’informazione da ridisegnare completamente e per farlo ho scelto un settimanale dalla grande storia con una lunga tradizione che guarda al giornalismo più innovativo, ricercato e approfondito».

Quale è la sua idea di giornale?

«Voglio creare un giornale cartaceo che ritrovi lo spirito di una lettura lenta che cambi l’umore, l’atmosfera e la vista sulla vita, che sia di inchiesta ma anche di proposizione, che possa scatenare la passione per la politica come per l’economia, che gridi per le grandi ingiustizie, che sia vicino ai deboli, che sia per il green e per la pace, per ridurre le disuguaglianze, che sia contro le criminalità, che racconti i volti nuovi che cambieranno il mondo, che sia coraggioso, il giornale di chi ha voglia di cambiamento. E poi tanto digitale. Stiamo preparando un giornale 4.0, unico».

Cosa vuol dire in pratica 4.0? Può spiegare meglio?

«Sarà 4.0 perché andrà oltre il perimetro della grammatica editoriale più nota. Per adesso non mi faccia aggiungere altro».

Assumerà altri giornalisti?

«Mi muoverò sulla ricerca delle professionalità necessarie per realizzare il mio progetto».

 I giornali non sono al meglio della loro forma, pochi chiudono i bilanci in utile. Pensa che sia un settore dove si può tornare a guadagnare?

«Non solo, credo sia un settore che se declinato nel modo corretto, con dinamismo, nuovi linguaggi, innovazione e forti propositi, possa tornare ad essere centrale nella discussione pubblica e nelle abitudini di consumo degli italiani».

Sempre meno persone però pagano per leggere i giornali, soprattutto i giovani. Cosa si può fare per spingerle ad acquistarli, che siano di carta o digitali?

«Farli innamorare delle idee e dei contenuti che si propongono e della forma con cui si propongono che certamente come ho già specificato non sarà quella canonica. La mia aspirazione è che i nostri contenuti cambino pelle e diventino affascinanti e insieme indispensabili per la “dieta” della informazione che immagino».

Che altri progetti ha in questo campo? E quali altri investimenti ha in mente al di fuori dall’editoria?

«Come dicevo all’inizio mi ritengo un eterno sognatore e in questo senso non mi stanco di guardarmi intorno con curiosità, idee e fascinazioni. In questo momento però i miei sforzi sono rivolti all’editoria, sono concentrati sul futuro dell’Espresso. Vedremo quello che riserverà il futuro».

Nel calcio si perdono spesso tanti soldi. Lei ha deciso di comprare anche la Salernitana. È solo una passione o può essere anche una attività redditizia?

«La Salernitana è anzitutto un atto d’amore verso una città che mi ha dato tanto. A Salerno mi sono laureato, ho coltivato carissime amicizie ed è un luogo che ha sempre fatto parte della mia vita con una tifoseria straordinaria che non smette mai di sorprendere e regalare emozioni. La mia idea di calcio è di un’industria a tutto campo in grado di dialogare costantemente con le realtà del territorio, che sia espressione delle sue migliori eccellenze, che faccia da cassa di risonanza delle più meritevoli iniziative sociali e che possa essere un elemento costante e a tutto tondo nella vita del tifoso».

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