Clabo, banconi refrigerati made in Jesi per tutto il mondo

Pierluigi Bocchini
di Maria Cristina Benedetti
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Mercoledì 4 Maggio 2022, 12:02 - Ultimo aggiornamento: 5 Maggio, 07:14

Gli elementi del prodigio glocal ricorrono.

Il garage di famiglia, il capostipite che getta le fondamenta di un impero, le Marche. Clabo, una delle otto quotate in Borsa di questa regione richiama persino la dolcezza. Quella fredda e morbida d’un gelato. Nel mondo, un bancone refrigerato su tre, per questa delizia che risale al duemila avanti Cristo, è dell’azienda che racchiude nel brand la sintesi d’un nome: Claudio Bocchini. «Mio padre – spiega soddisfatto Pierluigi, presidente e maggior azionista del gruppo – Ma all’origine di tutto c’era nonno Americo». Era il 1958 quando quel rappresentante di commercio della Vallesina, che vendeva ingredienti per sorbetti e spumoni e banchi-bar, realizzati da aziende del nord, ebbe il guizzo. Perché non io?, si disse. «Si piazzò nella rimessa di casa – racconta il nipote – a due passi dal negozio di alimentari della moglie. Jesi centro. Lui produceva, nonna testava sul campo». Quando si dice dinastia dell’impresa. «In un piano era organizzata la falegnameria, nell’altro si creavano le scocche in metallo. Erano tre, quattro artigiani».

Sessantaquattro anni dopo, quella scintilla è un’industria da 51 milioni di ricavi, un debito netto di 34,6 milioni, 6 milioni di margine operativo lordo, cinque stabilimenti, due in Italia, altrettanti negli Stati Uniti e uno in Cina, per 370 addetti. Nelle caffetterie della Casa Bianca e della Apple è il trionfo della Clabo, così come nei corner della mitica Venchi, cioccolato&gelato dal 1878. «Il salto – indica lo spartiacque, Bocchini – avvenne negli anni Ottanta, quando s’intuì la forza della produzione ripetitiva, di scala». Il frutto dell’evoluzione è Orion. «Così si vendeva persino alla concorrenza». Da 40 dipendenti, nel 2000 si arriva a contarne 150. L’anno successivo è il bivio: i figli di Americo, Alberto e Claudio, si dividono le competenze. Il primo sceglie di fabbricare artigianale, il secondo predilige il ramo industriale, a marchio Clabo. «Nel 2007, la stagione che precedette l’effetto domino della crisi della Lehman Brothers, eravamo a 60 milioni di ricavi». Il terreno è fertile per l’entrata in Borsa, ma il baratro dei derivati ridimensiona le ambizioni. L’appuntamento con Piazza Affari, tuttavia, è solo rimandato. Al 2015. Cammin facendo si compie il terzo passaggio generazionale. Tocca ai figli di Claudio. «Con me e mio fratello Alessandro al comando si modificano gli assetti: se fino a quel momento il 35% del fatturato era export, in seguito fu il 65%. I mercati di sbocco erano l’Europa, tutta, poi gli Stati Uniti; infine aprimmo una filiale commerciale in Cina. Correva l’anno 2013». Il mix di design e alta tecnologia conquista bar e pasticcerie del pianeta. Da Jesi, indiscutibile headquarter, al mondo, la distanza è pari a zero. «Nel 2017 acquistammo un’azienda in Cina, nel 2018 negli States. Acquisizioni messe a segno con i ricavi ottenuti in Borsa». La metà dei 370 dipendenti sono qui. In Vallesina. 

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