L’Ucraina si protegge se resta autonoma

Sabato 18 Ottobre 2014 di Romano Prodi
Il vertice fra Europa e Asia, che ha portato a Milano i leader di 50 paesi, si è trasformato in una trattativa fra Unione Europea e Russia. O meglio, per essere più precisi, fra Germania e Russia, tanto è stato il ruolo eminente che la signora Merkel ha voluto giocare di fronte a Vladimir Putin. Certamente i colloqui bilaterali svolti a Milano fra politici e uomini d’affari europei e asiatici hanno avuto la loro importanza, perché sono stati numerosi e, spero fruttuosi. Essi, tuttavia, si sono rivelati quasi un contorno di fronte agli incontri fra Europa e Russia sul problema ucraino.



D’altra parte l’occasione era unica perché, dopo essere stata esclusa dal G8 dello scorso giugno, la Russia si è trovata per la prima volta ad essere protagonista attivo di un incontro di ampio respiro sull’Ucraina, con il vantaggio aggiuntivo di non avere allo stesso tavolo gli Stati Uniti. Le conclusioni di quest’incontro non sono state certo esaltanti ma hanno permesso di aprire un nuovo dialogo sugli aspetti più scottanti. È stato infatti compiuto un passo in avanti riguardo al monitoraggio dei confini, è stata aperta una discussione sulle prossime elezioni locali e su un possibile accordo provvisorio riguardo al rifornimento del gas, anche se resta aperto il problema dei pagamenti del gas stesso, data la mancanza di risorse da parte dell’Ucraina. A Milano le tensioni non sono mancate, soprattutto quando si è parlato delle diversità di vedute sulle ragioni e le cause della crisi.



Ma vi sono state anche prudenti ed ipotetiche aperture sul futuro. Aperture che confermano l’idea che nessuno voglia oggi affrontare uno scontro militare per l’Ucraina, che i danni dell’embargo siano, a causa della crisi, ancora più gravi per entrambe le parti, e che la Russia sia sostanzialmente soddisfatta di avere annesso la Crimea senza che questa annessione venga messa di fatto in discussione.



L’economia russa, inoltre, è entrata in una fase fortemente negativa non solo a causa delle sanzioni e della fuga dei capitali ma soprattutto in conseguenza del crollo del prezzo del petrolio, passato da 120 a poco più di 80 dollari al barile, prezzo che mette a dura prova l’economia russa tuttora principalmente dipendente dall’esportazione di idrocarburi. Sulla carta vi sono quindi tutti gli elementi che rendono conveniente un accordo, anche se non possiamo sottovalutare le divisioni e le tensioni che si sono accumulate fra Europa e Russia. Resto tuttavia fermamente convinto che gli interessi che spingono ad un legame di lungo periodo siano prevalenti: date le tensioni dei mesi scorsi non mi è facile ripetere che l’Unione Europea e la Russia sono complementari come la vodka e il caviale ma posso dire con sicurezza che le attuali tensioni danneggiano molto la Russia, danneggiano molto l’Europa e, soprattutto, danneggiano moltissimo l’Ucraina.



Eppure la via per trovare un accordo che permetta all’Ucraina di vivere in pace e di avere accesso sia al mercato russo che a quello europeo è tecnicamente percorribile: basta avere la sufficiente volontà politica ed elasticità mentale per percorrerla, partendo dall’imprescindibile dato di fatto che l’Ucraina non può essere né russa né europea e che può vivere bene solo se diventa un ponte fra Russia ed Europa. L’Ucraina è, per la sua natura e la sua storia, un ponte. Non può essere un campo di battaglia. Il cemento per costruire questo ponte deve essere naturalmente fornito da entrambe le parti, con l’intelligenza e la flessibilità che sono opportune in questi casi. Da parte europea è in primo luogo necessario garantire la neutralità dell’Ucraina mettendo da parte ogni idea di renderla membro della Nato. Ricordo a questo proposito che l’ultimo atto del mio secondo governo è stato proprio quello di opporsi, insieme a Francia e Germania, alla proposta del presidente Bush di allargare la Nato all’Ucraina, in contraddizione con gli obblighi precedentemente assunti dagli Stati Uniti. L’Ue deve inoltre impegnarsi a sostenere un forte processo di decentralizzazione (devoluzione di competenze) garantendo tuttavia l’integrità del territorio ucraino e una rigorosa protezione delle minoranze russe e dell’uso della lingua russa.



Da parte russa è necessario il solenne impegno di porre fine ad ogni azione bellica e alla fornitura di qualsiasi tipo di armi ai separatisti. Nello stesso tempo Putin dovrà portare avanti il dialogo sulle forniture di gas timidamente iniziato a Milano e levare ogni ostacolo alle importazioni dall’Ucraina. Obiettivo comune e condizione per il buon esito del negoziato è naturalmente un solenne impegno di entrambe le parti per una progressiva cessazione dell’embargo, insieme a un aiuto economico sufficiente per dare finalmente inizio alla rinascita di un paese che ha straordinarie risorse materiali ed umane ma che troppo ha sofferto e continua a soffrire a causa delle tensioni fra i vicini e l’inettitudine dei suoi governanti. L’incontro di Milano non garantisce certo che questi obiettivi vengano facilmente o rapidamente raggiunti ma il percorso verso l’accordo è oggi favorito sia dall’inizio del dialogo diretto fra Ue e Russia sia dalla maggiore debolezza di entrambe le parti in causa.



La crisi economica, il danno delle sanzioni, il peggioramento delle previsioni e la rivoluzione dei mercati energetici debbono spingere verso la sola via capace di porre termine al dramma ucraino e di togliere uno dei maggiori punti di tensione della politica mondiale. Vi sono oggi conflitti nei quali la soluzione appare impossibile. Nel caso dell’Ucraina vi è invece una via d’uscita naturale e conveniente. Mi auguro quindi che l’interesse e la ragione camminino finalmente nella stessa direzione.





Ultimo aggiornamento: 19 Ottobre, 00:07

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