Palazzo Chigi, ritornano a pioggia i premi ai dirigenti

Martedì 18 Novembre 2014 di Francesco Bisozzi
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ROMA - Per Matteo Renzi era una bandiera. Un po’ come il taglio delle ferie ai magistrati. Quella di legare i premi dei dirigenti pubblici al Pil avrebbe dovuto essere uno dei pilastri di tutta la riforma della pubblica amministrazione. Alla fine, invece, il premier si è dovuto arrendere. Dopo che la norma era stata stralciata dalla riforma Madìa, è scomparsa pure dalle regole interne alla Presidenza del Consiglio, dove lo stesso Renzi, fino all’ultimo, aveva provato a introdurre il meccanismo per bloccare i premi a pioggia ai dirigenti. La loro performance di quest'anno verrà misurata con lo stesso sistema di valutazione che nel 2012 permise al 99 per cento di loro di portarsi a casa un ricco bonus. A confermarlo è una circolare del 30 ottobre firmata dal segretario generale di Palazzo Chigi, Mauro Bonaretti che elimina qualsiasi riferimento al Pil. I premi di rendimento valgono in media circa 30 mila euro. Quest'estate un decreto ad hoc aveva collegato la loro erogazione alla crescita del Prodotto interno, ma il provvedimento era stato smontato pezzo per pezzo dalla Corte dei Conti.



I NUOVI CRITERI

Come verranno allora valutati i dirigenti? Per l’80% del loro lavoro con gli stessi criteri dello scorso anno. Per il restante 20% c’è una novità. Basterà spedire entro la fine di dicembre una mail contenente una serie di proposte volte a semplificare i processi della Presidenza del Consiglio per assicurarsi in media 5 mila euro di bonus. L'obbiettivo di «Revisione e semplificazione dei processi» che è stato loro assegnato in via definitiva alla fine di ottobre può arrivare a valere fino al venti per cento dell’intera retribuzione di risultato. Il restante ottanta per cento dipenderà dalla valutazione del lavoro ordinario e istituzionale svolto dal dirigente che, come detto, verrà misurato con il sistema scampato alla rottamazione.

La retromarcia del governo sui premi di rendimento rappresenta una marcia indietro dolorosa per il governo che contava molto su questa riforma al fine di riuscire a incrementare l’efficienza della pubblica amministrazione. Il decreto di questa estate non si limitava però a legare parte dei salari all’andamento del Prodotto interno lordo. Altri macro-indicatori nazionali venivano chiamati in causa, tra cui per esempio il clima di fiducia delle imprese e dei consumatori rilevato dall’Istat. Secondo i magistrati contabili gli indicatori scelti non apparivano idonei tuttavia a valutare in via diretta la performance della presidenza dei Consiglio dei ministri come amministrazione, «valendo gli stessi al più quali indici rilevatori di una performance del sistema Paese, dipendenti in buona parte da fattori esogeni all’amministrazione e non correlati a una diretta responsabilità dirigenziale». Contro il provvedimento della presidenza del Consiglio si sono schierati compatti fin dal principio i sindacati dei dirigenti, dall'Unadis al Dirstat. A proposito poi del clima di fiducia di imprese e consumatori la Corte ha sottolineato che tale indicatore «sconta di per sé un certo grado di indeterminatezza».



Sotto la lente dei magistrati è finito anche un altro indicatore sulla base del quale andava erogato il premio di rendimento, ovvero quello relativo ai consumi intermedi della pubblica amministrazione in relazione al Pil, dal momento che esso risulta influenzato dal concorso di tutte le pubbliche amministrazioni e non dipende quindi dal solo operato dei dirigenti di Palazzo Chigi. Ultimo aggiornamento: 24 Dicembre, 20:42 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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