Chi controlla il lavoro/ La schiavitù degli intermediati produrrà una rivoluzione

Domenica 8 Luglio 2018 di Romano Prodi
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Una notevole parte degli economisti e dei politici ha sostenuto per qualche decennio che l’aumento delle disuguaglianze, trasferendo risorse verso i più ricchi, finiva col favorire anche i più poveri. Spostando risorse verso coloro che più erano disposti ad investire sarebbe infatti aumentata la crescita del sistema e quindi il benessere di tutti. Questa la tesi, poi smentita dai fatti, che troppo a lungo ha fornito le basi intellettuali per un aumento della disparità nella quasi totalità del globo. Finalmente oggi invece si parla di disuguaglianze e delle terribili conseguenze economiche e sociali che il loro aumento sta portando in quasi tutti gli angoli del pianeta. 

Con le brevi riflessioni che seguiranno non ho certo intenzione di elencare tutte le correzioni possibili, che vanno da una maggiore disciplina fiscale all’aumento dei servizi di welfare, fino al sostegno finanziario alle categorie più povere e alle riforme del mercato del lavoro. E nemmeno farò un esame dell’aumento del ruolo della finanza che pure ha un’importanza fondamentale nel peggiorare la distribuzione dei redditi. 

Mi limiterò a riflettere su un fenomeno molto specifico che sta prendendo un ruolo crescente, se non dominate, nella società di oggi e che, pur spargendo a larghe mani effetti positivi, ha conseguenze devastanti sulle disuguaglianze.
Mi riferisco al diffondersi dei nuovi formidabili strumenti informatici che stanno assumendo un ruolo dominante nella distribuzione dei beni, dei servizi e delle informazioni. 

Nel non lontano secolo scorso le imprese che dominavano il mondo operavano tutte nel campo della manifattura o dell’energia. Le grandi fabbriche di automobili e i grandi petrolieri erano la struttura portante ed il simbolo della società moderna, primeggiando per fatturato e per profitti in tutte le classifiche mondiali. General Motors e General Electric, insieme alla Esso o alla Shell dominavano lo scenario economico. Oggi sono tutte scese dal podio e ora al loro posto si trovano coloro che forniscono le informazioni e connettono tra loro miliardi di persone. I loro nomi più noti sono Apple, Google, Facebook, Amazon, Netflix da un lato e Baidu, Alibaba e Tencent dall’altro. Tutti nomi americani o cinesi. Non discuto dei vantaggi, che sono immensi per la nostra società, non solo in favore dei ceti più ricchi ma anche di quelli poveri. Voglio solo mettere in rilievo le conseguenze che i grandi intermediatori esercitano sulla distribuzione del reddito nelle nostre società. 

Quando prenotiamo un albergo con il nostro computer o con il telefono portatile o quando leggiamo il giornale sul nostro iPad lasciamo a chi ci fornisce il servizio di intermediazione una cifra che solitamente varia tra il 20% e il 30% del bene o del servizio che noi acquistiamo. Una percentuale enorme. È vero che questa prestazione migliora la qualità della nostra vita ma, nello stesso tempo, accumula nelle tasche di chi fornisce questo pur prezioso servizio profitti che non hanno alcun precedente. È ovvio inoltre che se lasciamo un quarto del pagamento a chi ci prenota l’albergo questo quarto viene ovviamente tolto dai ricavi di tutti coloro che operano nell’albergo stesso, a cominciare dai cuochi, dai camerieri e dagli addetti alle pulizie. La maggioranza di questi ricavi, in precedenza tassata nei paesi dove il servizio veniva fornito, viene sempre più spesso spostata, con contratti di royalties, verso paradisi fiscali. Anche la ribellione delle decine di migliaia di ragazzi che portano le pizze o i pasti a domicilio è frutto dalla poderosa forza contrattuale degli intermediatori, senza i quali ben poche pizzerie potrebbero sopravvivere. 
Ho voluto fare solo un paio di esempi alla portata di tutti per descrivere un fenomeno che sta diventando ormai la caratteristica dominante del mondo contemporaneo e che, se non accadranno novità non prevedibili, è destinato a rafforzarsi e ad estendersi, rendendo ancora più drammatico il fenomeno delle disuguaglianze e spaccando il mondo del lavoro fra i pochi specialisti e i tanti che eseguono o subiscono quanto dettato dagli intermediari. Debbo ammettere che non è facile pensare a possibili rimedi senza mettere a repentaglio i benefici che queste innovazioni portano ai consumatori e, in generale, ai cittadini.

Ogni rimedio che si potrà immaginare dovrà necessariamente evitare di mettere a rischio i vantaggi di queste innovazioni. Certo bisogna rendere più efficace il sistema fiscale ma non si può arrivare fino al punto di eliminare gli oggettivi miglioramenti che esse hanno prodotto. Vi è chi parla di nazionalizzazione ma non è una via compatibile con la necessità di utilizzare in modo efficiente questi servizi. Non possiamo tuttavia sottovalutare o, addirittura, essere indifferenti rispetto ad una trasformazione che sta dividendo il mondo non più fra padroni e proletari ma fra intermediatori ed intermediati che, includendo lavoratori e imprenditori, sono più numerosi e più impotenti dei proletari di ieri.

Se ancora non abbiamo in mano gli strumenti per affrontare questo enorme problema destinato a rivoluzionare (in molti caso peggiorandola) la vita di tutti noi e dei nostri figli mettiamoci almeno a riflettere su quali potrebbero essere i rimedi per il futuro. Altrimenti l’umanità sarà un giorno costretta, come ha provocatoriamente scritto Stefano Quintarelli, a gridare in tutte le piazze: «Intermediati di tutto il mondo unitevi». Non sarà quello un bel giorno ma, se le cose continuano come oggi, sarà inevitabile.
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