Il premier: «Taglierò le tasse con o senza ok di Bruxelles»

di Alberto Gentili
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«Le cose si stanno mettendo bene, ma il prossimo anno servirà uno scontone...». A palazzo Chigi, nel day after del pranzo della pace tra Matteo Renzi e Jean-Claude Juncker, già guardano oltre. Tirano fuori dal cassetto il piano per tagliare le tasse nei prossimi due anni: l’Ires, l’imposta sui redditi delle società, ridotta dal 27,5% al 24% nel 2017. E la riforma dell’Irpef l’anno successivo, riducendo le aliquote e alzando la base imponibile dello scaglione sul quale si applica il prelievo del 38%: «Ci sono troppe storture che penalizzano la classe media, a chi ha 29mila euro di reddito è folle far pagare il 38% di tasse», dice uno dei consiglieri economici, «ma per sforbiciare Ires e Irpef servono tanti soldi. Per fortuna dopo anni di recessione il vento è girato, in Europa ora si parla di crescita e meno di austerità». Che il clima sia cambiato, Renzi l’ha potuto costatare di persona venerdì durante l’incontro con Juncker. Dopo tre lunghi mesi di liti e di scontri, il premier italiano ha strappato al presidente della Commissione europea il via libera a definire la trattativa sulla legge di stabilità e, soprattutto, a una nuova dose di flessibilità sul deficit anche nel 2017.
 
LA TRATTATIVA
Della delicata pratica se ne occupano, «con mandato pieno a chiudere», il ministro Pier Carlo Padoan e il commissario europeo all’Economia, Pierre Moscovici. Il primo passo sarà quello di definire una correzione dei conti di 2-3 miliardi, in modo da contenere il deficit-Pil al 2,3%. Padoan proverà a farlo con qualche taglio di spesa e limatura contabile, ma senza una manovra correttiva decisamente invisa a Renzi. In più ricorrerà a un “tesoretto” da 1,2 miliardi accantonato durante la stesura della di Stabilità. In cambio di questa correzione, secondo la road map fissata da Renzi e Juncker, l’Italia nel 2017 dovrebbe ottenere un’altra dose di flessibilità. La Commissione ha già fatto sapere, in via informale, di essere disposta a concedere uno 0,5% di sconto, pari a circa 8 miliardi, facendo salire nel 2017 il rapporto deficit-Pil dal previsto 1,1%, all’1,6%. Renzi però vuole di più. Vuole «lo scontone», appunto. Traduzione: il premier intende portare il rapporto deficit-Pil a 2%, con una flessibilità pari allo 0,9%. Valore: 14,4 miliardi. L’operazione è tutt’altro che facile. Per due motivi. Il primo: le resistenze della Germania e dei Paesi del Nord, ancora convinti sostenitori dell’austerità di bilancio. Il secondo: in autunno l’Ecofin ha voluto interpretare la comunicazione del 13 gennaio 2015 della Commissione in materia di flessibilità, stabilendo che il tetto massimo è dello 0,75% del rapporto deficit-Pil (era l’1%) e che ciascun Paese può ottenere flessibilità soltanto una volta. Non a caso venerdì, in conferenza stampa, Renzi ha messo a verbale: «Sia scolpito sulla pietra che l’Italia sostiene la comunicazione della Commissione». Vale a dire: intendiamo cancellare i limiti imposti dall’Ecofin. E su questo il premier italiano avrebbe la sponda di Juncker. A palazzo Chigi fanno sapere di non essere «in ogni caso sulle spine». «Comunque vada a finire la trattativa in sede europea», dice uno dei consiglieri economici, «Renzi abbasserà le tasse, anche a costo di andare incontro a una procedura d’infrazione. Certo, faremo di tutto per evitarla, ma se dovesse prevalere ancora la stupida austerità, andremo ugualmente avanti. Del resto da anni la Francia è sotto procedura». Tanto più che, secondo il premier, «tutti i governi che hanno seguito le richieste di Bruxelles sono usciti sconfitti dalle elezioni».

CRESCITA E «MASSA CRITICA»
Ecco, è proprio questo l’epilogo che Renzi vuole scongiurare. Tanto da considerare una eventuale procedura d’infrazione, come una medaglia da appendere sul petto alla vigilia del voto del 2018. I sondaggi gli danno ragione: da quando ha cominciato a bastonare Bruxelles, i consensi per il governo si sono impennati. «E poi», non si stanca di ripetere, «tagliare le tasse è di sinistra». Renzi però sta ancora cercando «la strada della persuasione». Non a caso sta tessendo una tela diplomatica in sede europea, ben vista da Barack Obama e dal Fmi, per creare «una massa critica» a favore della crescita capace di scalzare i falchi del rigore. Anche perché, con un debito ancora alle stelle e le sofferenze bancarie, i mercati non sarebbero indulgenti nel caso in cui Bruxelles dovesse far scattare l’ammonizione. 

Ultimo aggiornamento: 29 Febbraio, 21:31 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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