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La crisi delle borse colpisce i paperoni del mondo: bruciati 182 miliardi di dollari

Mark Zuckerberg
di Antonio Bonanata
3 Minuti di Lettura
Domenica 23 Agosto 2015, 16:50 - Ultimo aggiornamento: 24 Agosto, 17:45
Se Pechino piange, New York non ride. Le turbolenze sui mercati asiatici di quest’ultima settimana, infatti, hanno mostrato i loro effetti disastrosi sulle borse di mezzo mondo, prima fra tutte Wall Street. Questo venerdì l’indice Dow Jones ha registrato la sua più grave caduta dall’inizio dell’anno, con un tonfo di ben 500 punti.



A farne le spese, le principali società quotate nel mercato azionario della Grande Mela, dai colossi dell’elettronica ai giganti del web. Totale delle perdite subite: 182 miliardi di dollari. Tanto per fare un esempio: Mark Zuckerberg, fondatore di Facebook, ha dovuto fare i conti con una emorragia di circa due miliardi, vedendo scendere il suo patrimonio stimato a poco meno di 38 miliardi. Ma il crollo finanziario più grave è toccato all’investitore Warren Buffett, al terzo posto nella classifica degli uomini più ricchi del mondo, che in soli sette giorni ha visto contrarsi il suo patrimonio di 3,6 miliardi.



Non è andata meglio a Jeff Bezos, battagliero amministratore delegato di Amazon; a Larry Page e Sergey Brin, i fondatori di Google; al tycoon messicano Carlos Slim, che attualmente detiene il primato di uomo più ricco del mondo; all’ideatore di Microsoft, Bill Gates. Conseguenze inevitabili di un mondo e di un’economia completamente globalizzati, che rendono vero il vecchio adagio per cui il battito d’ali di una farfalla a Pechino provoca un uragano a Manhattan. A certificare questi crolli, il Bloomberg Billionaire’s Index, una sorta di elenco di paperoni mondiali, secondo cui la ricchezza che si è volatilizzata in questi ultimi giorni rappresenta la più grave perdita dal settembre 2014, da quando cioè si è cominciato a compilarlo.



Ma da dove ha origine questa pericolosa caduta degli indici azionari? Principale responsabile è il gigante cinese, la seconda economia mondiale dopo quella degli Stati Uniti, che non cresce più come gli anni passati, pur registrando percentuali di aumento del Pil da fare invidia a qualsiasi economia. Oltre alle ammissioni del governo di Pechino, che ha riconosciuto il rallentamento del settore manifatturiero (principale traino dell’economia cinese), gli investitori si sono trovati davanti a una pesante svalutazione dello yen giapponese.



Secondo gli esperti, la situazione viene maggiormente peggiorata dalle ulteriori perdite nelle riserve minerarie e petrolifere, di fronte a un crollo del prezzo dell’oro nero mai così forte dal 1986, quando ci fu una serie di tonfi settimanali paragonabili a quelli di oggi. E ciò ha causato un passivo di oltre 15 miliardi di dollari tra i paperoni del settore energetico. Sempre restando nel campo degli esempi, Harold Hamm – a capo della Continental Resources Inc – ha visto volatilizzarsi il nove per cento della sua ricchezza netta in una sola settimana.



«Dopo giornate come queste c’è da sentirsi male – ammette John Collins, direttore degli investimenti nella società di gestione patrimoniale Aspiriant – ma quando fai un passo indietro, nella visione d’insieme non risulta essere un disastro». E infatti spiega: «Per un miliardario si tratta di percentuali minime, anche se 182 miliardi è un grande numero». A dimostrazione di ciò, molti dei miliardari che hanno subìto ingenti cali questa settimana, hanno comunque registrato incrementi patrimoniali notevoli nel corso dell’anno. Uno per tutti, lo stesso Zuckerberg, che dallo scorso anno ad oggi ha guadagnato oltre tre miliardi di dollari.