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Alitalia, Calenda: «Non torniamo indietro, niente costi per lo Stato»

Alitalia, Calenda: «Non torniamo indietro, niente costi per lo Stato»
di Umberto Mancini
4 Minuti di Lettura
Mercoledì 26 Aprile 2017, 00:00 - Ultimo aggiornamento: 15:00

Il governo, anche se sconcertato e profondamente deluso, mantiene la parola data e non cambia rotta su Alitalia. «Perché - dice a chiare lettere il ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda, raggiunto telefonicamente dal Messaggero - abbiamo spiegato a tutti, lavoratori in primis, quale era la posta in gioco in vista del referendum. Abbiamo quindi supportato gli azionisti per convincerli ad investire oltre 2 miliardi, mediato tra azienda e sindacati per avere un piano nettamente migliore rispetto a quello presentato a dicembre e ottenuto che gli esuberi occupazionali venissero gestiti prima di tutto con gli ammortizzatori sociali. E poi abbiamo chiesto una forte discontinuità manageriale e invitato, infine, i dipendenti ad avere senso di responsabilità». Come noto, dai seggi è arrivata una valanga di «no» che ha seppellito l’intesa raggiunta, cancellando in un colpo solo gli sforzi fatti e avviando di fatto la vendita della compagnia al miglior offerente.

PAROLA DATA
A questo punto - ragiona Calenda - l’esecutivo non può certo tornare su suoi passi. «Abbiamo detto - aggiunge il ministro, che ha appena finito un vertice con il presidente designato Luigi Gubitosi e il commissario in pectore Enrico Laghi - che non c’erano alternative al piano di salvataggio e di certo saremo conseguenti con questa linea». Eppure i sindacati, dalla Cisl alla Uil alla Cgil, per non parlare degli autonomi, avevano in maniera più o meno strisciante accreditato questa ipotesi, facendo credere ai dipendenti che se anche avesse vinto il no, come poi accaduto, ci sarebbe stata una nuova chance. Del resto in 10 anni lo Stato ha sborsato qualcosa come 10 miliardi per salvare l’ex vettore nazionale e difendere il tricolore sulla cosa. Per cui perché non credere ad un altro intervento, magari in extremis? Sul punto Calenda è categorico. «Non spenderemo altri soldi dei contribuenti. Non ci sarà la nazionalizzazione, nè un periodo lungo di amministrazione straordinaria». Semmai, nota, chiederemo «all’Unione europea per un periodo di tempo limitato il via libera a un aiuto pubblico per un orizzonte di 6 mesi, a condizioni molto precise che negozieremo sotto forma di prestito». Un prestito ponte transitorio per gestire l’emergenza dei prossimi mesi: dal pagamento degli stipendi al carburante, visto che in cassa ci sono fondi solo per 20 giorni. 

Ma il ministro ha comunque a cuore il futuro della compagnia o di ciò che ne resterà. Soprattutto, sottolinea con forza - «tuteleremo i passeggeri di Alitalia in tutti i modi». Insomma, l’obiettivo dell’esecutivo, in attesa di capire cosa decideranno ufficialmente i soci di Alitalia, sarà quello «di ridurre al minimo i costi per i cittadini italiani e per i viaggiatori». Chi ha in tasca un biglietto, tanto per fare un esempio, non resterà con un pugno di mosche. E gli aerei continueranno a volare regolarmente. Lo scopo finale è chiudere nella maniera meno traumatica possibile. .
A Palazzo Chigi stimano in 500 milioni gli oneri da coprire, mentre c’è chi teme un conto ben più salato. Certamente a farne le spese saranno i dipendenti della compagnia che dovranno sopportare, stimano i tecnici del dicastero dell’Economia, sacrifici ben superiori a quelli previsti dall’accordo bocciato dal referendum. Proprio il lavoro di confronto e mediazione di Calenda con Etihad e le banche azioniste, aveva ridotto le eccedenze occupazionali da 1.338 a 980, evitato tagli sostanziosi agli stipendi, salvato la manutenzione.

I PALETTI
«I lavoratori in esubero - aveva detto Calenda - potranno godere di 4 anni tra Cassa e Naspi all’80% dello stipendio, grazie all’integrazione del fondo volo». Non solo. Il piano bocciato avrebbe aumentato i voli a lungo raggio, tagliato le spese, creato nuove rotte. E, fatto non secondario, avrebbe anche goduto di un mini paracadute statale, quello offerto da Invitalia sul cosiddetto contigenty equity: una garanzia da 200 milioni che sarebbe scattata nel 2018 e che testimonia, purtroppo a futura memoria, l’impegno del governo nella trattativa per evitare allo Stato di pagare gli oneri ben più pesanti che scaturiranno dalla liquidazione.

Di certo il corto circuito tra sindacati e lavoratori che hanno a larga maggioranza sconfessato i propri rappresentanti non si scaricherà sulle tasche dei contribuenti. «Perchè è convinzione del governo - aveva osservato il ministro dello Sviluppo - gli italiani non capirebbero un nuovo impegno dello Stato e, sopratutto, non lo vorrebbero». 

 

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