Il Dragone ha messo un "cervello" nel motore

Giovedì 21 Dicembre 2017 di Andrea Andrei
La sede di Huawei a Shanghai (Foto di Andrea Andrei)
Non abbiate paura della Cina: è la Cina che ha paura di voi. Certo non è la cosa più facile da credere, viste le dimensioni del colosso e la sua presenza sempre più dominante nei quattro continenti. Ma la sua aggressività, dicono i suoi manager, è un mettere le mani avanti onde evitare «penetrazioni pericolose». Sarà.
Un miliardo e 400 milioni di persone (nella sola Shanghai vivono 23 milioni di individui, più di un terzo della popolazione italiana). Se provate a prendere un volo interno da Shanghai a Pechino (due ore scarse di tragitto) potrebbe capitarvi di vedervi assegnare la fila 65. A girare per strada, in quella selva infinita di grattacieli, fra i centri commerciali di lusso e i vaporosi chioschetti di ravioli, nemmeno sembrerebbe. Ma se dovesse capitarvi di entrare nella sede di una grande azienda, magari all'ora della pausa pranzo, ecco, lì riconsiderereste il vostro concetto di abbondanza. Difficile immaginare che a far paura sia l'Occidente.

Pensare che la sede di Shanghai del colosso della tecnologia cinese, Huawei, è in realtà una succursale: quella centrale è infatti a Shenzen, la Silicon Valley dell'Estremo Oriente. Eppure in quell'edificio, lungo un chilometro (esattamente un chilometro), lavorano 10 mila persone. Bazzecole rispetto alla sede di Shenzen, dove i dipendenti sono 45 mila, ma il colpo d'occhio dell'enorme sala mensa affollata è comunque da rimanere a bocca aperta. «Vedi tutte queste persone? - chiede orgoglioso James Zou, General manager del consumer business group di Huawei Italia, che ci accompagna nella visita - non ce n'è una che arrivi a 40 anni. E sono tutti ingegneri o programmatori. Vogliamo i giovani, e vogliamo i migliori. Negli ultimi 10 anni abbiamo investito 45 miliardi di dollari in R&S. Più di quanto il governo cinese abbia investito nell'università».

LE TECNOLOGIE
Ricerca che in Cina come in Occidente ultimamente va soprattutto verso 5G e intelligenza artificiale. Tecnologie che sono il principale argomento di discussione qui a Shanghai: connessione ultraveloce disponibile ovunque per permettere il funzionamento e l'interazione con macchine in grado di pensare come un essere umano. Ed è proprio ciò su cui Huawei sta concentrando i propri sforzi. Di fronte all'immenso edificio di mille metri di lunghezza, in uno stabilimento bianco affittato dalla giapponese Kyocera, l'azienda cinese ha costruito i suoi laboratori per il 5G. In una serie di ambienti riscaldati in maniera soffocante dalle decine di server disposti a schiera, si effettuano tutti i possibili test di connessione sulle reti telefoniche, dal 2G al 5G passando per 3G e 4G. Si riproducono le condizioni di banda presenti in tutti i Paesi del mondo tramite simulazioni degli operatori telefonici, Italia compresa, affinché la Rete sia compatibile con tutti i cellulari in commercio, non solo quelli targati Huawei. Nonostante la rapida ascesa del suo settore consumer (smartphone e altri dispositivi), il core-business dell'azienda cinese resta infatti quello delle infrastrutture (oltre il 30% delle reti mondiali sono di sua produzione).

«La Cina è un mondo nel mondo riassume Zou Molte aziende che qui sono ricche e potenti non varcano i confini, perché hanno un mercato potenziale già vastissimo». Vero: è il caso ad esempio di Oppo, il principale concorrente di Huawei in patria. E allora perché alcune invece decidono di andare in Occidente? «Perché sono le aziende occidentali ad essere venute qui ribadisce sorridendo Zou, e il riferimento ad Apple è chiaro È una questione di lungimiranza. La miglior difesa è l'attacco: aggrediamo noi quel mercato prima che gli altri aggrediscano il nostro». D'altronde delle potenzialità del Paese del Dragone, l'Europa e gli Stati Uniti si sono accorte da tempo, e da tempo quelle potenzialità hanno cominciato a sfruttarle. L'ultima è Google, che è pronta ad aprire a Pechino il suo primo centro per l'intelligenza artificiale in Asia. Una mossa con cui l'azienda di Mountain View vorrebbe reclutare talenti in un mercato vivace come quello cinese, così fortemente orientato alle tecnologie dell'intelligenza artificiale.

Tanto, come ha detto dal capo scienziato di Google per questo particolare segmento, «la scienza dell'intelligenza artificiale non ha confini, così come i suoi benefici». In realtà qualche confine per Google, soprattutto in Cina, esiste. Basti pensare che tutti i suoi servizi, dal motore di ricerca a YouTube, passando per Gmail e Google Maps, sono bloccati, così come i più popolari social network occidentali, da Facebook e WhatsApp a Twitter, di cui esistono degli equivalenti locali.

È una delle tante contraddizioni in cui vive questo enorme Paese: lì dove la tecnologia è più all'avanguardia, la più importante potenzialità della Rete, cioè la comunicazione, viene inibita. E se i cittadini danno l'impressione di non curarsene molto (d'altronde una comunità di quasi 2 miliardi di utenti è più che sufficiente per popolare i social network), le aziende preferiscono fare buon viso a cattivo gioco. Huawei, Oppo e Xiaomi, tre dei principali marchi di telefonia cinesi, utilizzano infatti per i loro smartphone il sistema operativo di Google, Android. E con Mountain View hanno accordi commerciali importanti. Ma se si fa notare questo punto, la risposta è: «La divisione di Google che si occupa di servizi è diversa, e noi con quella non abbiamo contatti. La cosa non ci crea problemi». Non solo: parlando con i manager, è come se le aziende di tecnologia qui incarnino la missione epocale di mettere in contatto la Cina con il mondo esterno, il che le rende qualcosa di ben più importante di semplici produttori di telefoni.

INVASIONE SILENZIOSA
Un compito che sta dando i suoi frutti: quando a novembre il governo di Pechino ha annunciato una riforma per ridurre le limitazioni alle partecipazioni estere nelle società cinesi, nello stesso mese gli investimenti diretti esteri in Cina hanno registrato un balzo del 90,7% a 125 miliardi di yuan (16 miliardi di euro). E se il presidente Donald Trump ha definito ufficialmente la Cina «un competitor» degli Stati Uniti, nessuno ignora che in questi anni il Paese del Dragone ha silenziosamente invaso mezzo mondo: incominciando dalle regioni maggiormente in difficoltà, dal Pakistan al Kenya, fino alla Grecia, dove ha riversato investimenti miliardari, per arrivare anche alle eccellenze di casa nostra (dal gruppo Pirelli alle maggiori squadre di calcio come Inter e Milan).

Flussi di denaro accompagnati da flussi di cervelli, come quelli che sempre di più popolano le nostre università. Come analizzano Sabrina Carreras e Mariangela Pira nel libro «Fozza Cina» (Baldini&Castoldi), dal 2004 il numero di studenti cinesi arrivati in Italia è aumentato di 20 volte (circa 7.400 giovani), attratti soprattutto dalle scuole di design e di belle arti. Come a dire che la Cina che copiava l'Occidente (e male, per giunta) oggi viene progressivamente sostituita dalla Cina che inventa e produce.

andrea.andrei@ilmessaggero.it
Twitter: @andreaandrei_ Ultimo aggiornamento: 21:41 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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