Sarà l'esercito del made in Italy a dare la spallata all'economia

Venerdì 2 Dicembre 2016 di Osvaldo De Paolini
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Nell’idea di molti strateghi dello sviluppo economico, Industria 4.0 rappresenta il futuro della manifattura mondiale. Già oggi sta determinando quali Paesi usciranno vincenti dalla crisi globale e quali invece resteranno fanalino di coda. Non a caso se ne dibatte negli Stati Uniti come in Europa, con una forte spinta centrale anche in India e in Cina. Anche l’Italia, consapevole che senza il nuovo balzo si verrebbe relegati tra gli ultimi, si è di recente dotata diunPiano Nazionale Industria 4.0 per rilanciare gli investimenti e quindi la competitività delle nostre imprese. È la quarta rivoluzione industriale, che il capitalismo moderno sta cavalcando con l’obiettivo di rinnovarsi fortificando le propriefondamenta.

Ma c’è ancora in Italia una filiera economica con lineamenti e caratteri specifici in grado di farla riconoscere come una variante delle molte forme di capitalismo che si confrontano nel mondo? Se ancora pochi anni fa c’erano dubbi, oggi la risposta è inequivocabile: no. Un capitalismo italico nel senso in cui se ne poteva parlare a cavallo tra il 1960 e poco prima che si chiudesse il secolo, nonesiste più. E il certificato di morte lo ha scritto di recente lo storico Giuseppe Berta in un pregevole saggio per i tipi del Mulino(«Che fine ha fatto il capitalismoitaliano?»).
Berta ha ragione, dalmomentoche tra la fine delNovecento e i giorni nostri l’intelaiatura che sosteneva la grande industria manifatturiera innervata nell’Iri (quellapubblica) e fortemente orientata da Mediobanca (quella privata) è stata smontata pezzo dopo pezzo. Liquidato l’Iri, trasformato in merchant bank l’ircocervo Mediobanca, gli ultimi fuochi si sono consumati a cavallo tra il 2015 e il 2016 con lo sbriciolamento dell’Ilva, Telecom passata sotto insegne francesi, Pirelli diventata cinese, Italcementi tedesca e Fiat - oggi Fca quasi a voler negare le sue origini piemontesi - ormai colonia di se stessa con testa e portafoglioallocatiovunquefuorchéin Italia.

Vero è che a fronte di queste “diserzioni” abbiamo gli esempiincoraggianti dei Caltagironee deiBombassei, dei Campariedei Lavazza,chepurnonavendola stazzadegli esempi citati, mostrano i contorni di un’altra Italia economica che non cede attività e posizioni, ma ne guadagna ampliando all’estero il raggio d’azione. Naturalmente sullabilancianonbastanoa riequilibrareciòcheèpassato in mani straniere. E’ però innegabile che a differenti stadi di evoluzione incarnano quanto di nuovo e di più solido è venuto coagulandosi all’interno dei settori o dei territori dove è ramificata la presenza dell’imprenditorialità.

Di eccellenze delmade in Italy si parla da tempo, sui giornali e nei convegni.Maè soprattutto il fashion, la moda a fare notizia (per fortuna non solo quando le aziende prendono il volo verso le conglomerate straniere). C’è però un’ampia platea di aziende medie e piccole, appartenenti ai più diversi settori, che da sempre rappresentano la vera spina dorsale dell’economia nazionale e che nemmeno la crisi ha fermato, anzi accentuando la loro volontà di affermazione oltre i confini nazionali con modelli di crescita i più disparati e una capacità di innovare che per molte di esse è diventata la cifra distintiva. Mille, cinquemila, forse più: difficile quantificarle, per questo il Messaggero ha iniziato un viaggio lungo la Penisola per conoscere e far conoscere eccellenze imprenditoriali, piccole e grandi, una parte delle quali sicuramente note anche a livello internazionale,maaltre ancora tutte da scoprire. Un viaggio che il Messaggero si augura lungo, convinto com’è che da qui può partire, in uno con i grandi investimenti infrastrutturali, ilvero rilancio dell’economia.

Anche la principale banca del Paese, Intesa Sanpaolo, è convinta che la matrice del nuovo ciclo sia da rintracciare nelle Pmi. Ma basteranno le «locomotive» emerse dal retroterra dei distretti industriali, le multinazionali tascabili che ormai viaggiano sicure sui mercati internazionali a cambiare il ritmolento dell’economia italiana? C’è chi nutre dubbi. Eppure da qui si deve ricominciare. Ed è curioso che, in un certo senso, si torni al punto in cui si era partiti, cioè dal nucleo ispiratore dell’attività produttiva fatto «di terra, contadini e sudore» e di «artigiani, bulloni e ancora sudore». È la rivincita di quello che con una felice intuizione Dario Di Vico ha battezzato «capitalismo leggero», non solo perché non riguarda l’industria fordista del Novecento, ma perché è una forma di iniziativa nella quale contano le persone più che i capitali. Sostiene Di Vico che la fortuna del made in Italy è espressione dell’individualismo imprenditoriale allo stato puro, «niente è casuale in questa imprenditoria glamour: tutto è intelligenza, programmazione, concorrenza feroce». In altre parole, il capitalismo soft si fonda su un profilo d’impresa intriso di artigianalità nel cui solco si inserisce grazie alla cura maniacale della qualità. Se questi sono i cardini del made in Italy, allora è facile concludere che «il grande secolo manifatturiero dell’Italia del triangolo industriale» è stata con tutta probabilità una parentesi, per quanto corposa. Occorre cominciare ad abituarsi a pensare a quell’epoca come a una fase decisiva ma transitoria: ormai dovrebbe essere chiaro che l’Italia non è fatta a misura delle grandi conglomerate. Il che non significa doversi rassegnare al declino: le pmi e il capitalismo leggero incorporano un potenziale che può essere messo al servizio di una visione più realistica e concreta di quella fin qui tramandata.

 

Ultimo aggiornamento: 3 Dicembre, 13:22 © RIPRODUZIONE RISERVATA