Napoli cambia musica, Emmanuela Spedaliere, dg del San Carlo: «Laboratori per ragazzi nelle Officine»

Negli ex stabilimenti della Cirio laboratori per mestieri del teatro: coinvolti 400 ragazzi

Foto Luciano Romano
di Simona Antonucci
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Mercoledì 22 Novembre 2023, 12:41 - Ultimo aggiornamento: 23 Novembre, 07:42

Napoli, una città di amore, di mare, bella e disperata. Palcoscenico di tutti i contrasti.

O la odi e te ne vai. O la ami, come la amo io, e resti. Io non sono andata via. E mi batto per cercare di trattenere i giovani napoletani che, come me, tanti anni fa, si trovano davanti a un bivio». Emmanuela Spedaliere, sessantenne, bionda come una nordica, o come una napoletana doc, è la direttrice generale del San Carlo di Napoli: gestisce un bilancio da 40 milioni di euro, una macchina operativa di 350 dipendenti. E un progetto, una fitta rete per “ripescare” «un capitale umano che non può andare disperso», che imbastisce nel teatro d’Opera più antico d’Europa, inaugurato nel 1737, prima della Scala e della Fenice. «È il cuore che fa pulsare tutti i miei amori, Napoli, la musica, il futuro che passa dai nostri ragazzi».

IL PERCORSO

Ed è lì, tra velluti e tavole leggendarie, che, accanto alla programmazione lirica («stiamo vivendo un periodo dorato, con una rinascita artistica importante e un riempimento della sala vicino al 100 per cento»), va in scena un percorso altrettanto spettacolare che coinvolge tutta la città. Che dal monumentale palcoscenico nel cuore del centro storico semina coraggio, germogli creativi e orgoglio in tutto il territorio, fino a San Giovanni a Teduccio, dove sono nate le Officine San Carlo, recuperando l’ex fabbrica della Cirio sul mare, vincendo un bando sulla rigenerazione urbana. «Lì abbiamo creato laboratori sui mestieri del teatro, architettura, design, moda, fotografia, canzone napoletana, coinvolgendo più di 400 ragazzi delle periferie e alcuni di loro continuano a lavorare con noi all’interno del teatro». Corsi gratuiti grazie al sostegno delle istituzioni pubbliche e degli sponsor privati, primo tra tutti Unicredit. «Napoli ha bisogno che le periferie godano della maggior attenzione possibile», continua Spedaliere, laurea in Scienze politiche e in Sociologia, per anni alla guida del marketing e degli affari istituzionali del teatro, prima di passare alla direzione generale. «La fabbrica», continua, «è in un posto degradato, ma bellissimo, sul mare.

Sembra di stare a New York. Fino a qualche anno era il ritrovo di gente che organizzava le corse dei cani. Accendere una luce ha cambiato gli equilibri. Ora tocca ai ragazzi cambiare la musica della nostra città».

La musica, appunto. La linfa che ha da sempre alimentato Emmanuela («sì, con due emme, come mia nonna»). «Tutto è cominciato con la cooperativa Unione Musicisti Napoletani. È stato un periodo incredibile. Organizzavamo concerti nei cortili dei palazzi storici». Tournée, ma soprattutto, progetti speciali che riguardavano Napoli. «Erano gli anni Ottanta», ricorda, «un altro mondo. I turisti non si spingevano fino ai quartieri spagnoli. Aprire quegli scrigni segreti fu una sorpresa per tutti, anche per i napoletani». Di anno in anno, la manifestazione prese piede fino a diventare un format popolarissimo. Anche tra intellettuali e artisti come Pedrag Mtvejevic e David Sassoli, Dacia Maraini e Lilli Gruber, Franca Valeri, Beppe Barra.

LA COMUNITÀ

La voce corre e arriva sulle scrivanie del sovrintendente del San Carlo di allora, Canessa, ed Emmanuela dalla musica da camera, salotti e cortili, passa alla lirica. E il Massimo partenopeo diventa «casa, ormai da più di 25 anni, tranne una piccola pausa come capo del Cerimoniale e direttore delle relazioni internazionali del Comune di Firenze. Una bellissima esperienza, ma senza Napoli mi sentivo morire». Famiglia, figli, carriera, «ma la parte sociale mi ha sempre accompagnato in tutto il mio percorso. Il teatro deve assolvere a una funzione precisa, deve essere un volano per la comunità». Il laboratorio ha assunto la sua forma organica tre anni fa. «Abbiamo le orchestre che fanno musica nei quartieri, un’officina circolare per reinventare scene e costumi. È fondamentale rilanciare queste competenze. Un tempo c’erano le discendenze, per secoli nelle famiglie si tramandava il mestiere. Oggi ci siamo noi». Al Teatro San Carlo c’è anche una sezione Educational che va dalle università «dove portiamo gli artisti a presentare le opere», alle orchestre giovanili, a EuropaIncanto «per i bambini delle elementari che imparano le arie liriche insieme con le filastrocche». Chiuse le suole, ecco le summer school, per nuove promesse dai 7 ai sedici anni. E poi? Sì, c’è un poi. «Sogno di coinvolgere anche i più piccoli, dall’asilo. Per tirare su artisti e artigiani fin dalle culle. E se c’è qualcuno che vuole andare via da Napoli, perché non ci sono opportunità, deve prima fare i conti con noi».

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