Michela Andreozzi: «Piccole donne, sui social la lezione di Jo March»

Michela Andreozzi: «Piccole donne, sui social la lezione di Jo March»
di Michela Andreozzi*
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Mercoledì 23 Marzo 2022, 11:54 - Ultimo aggiornamento: 27 Marzo, 19:24

Non riesco a dormire.

Apro l’internet in una routine rassicurante: do un’occhiata al TikTok che condivido con mia nipote facendo da tutor (ma è lei che mi spiega i trend), scrollo la timeline di Facebook e concludo su Instagram. Su Facebook leggo le notizie, qualche indispensabile gossip, vecchie storie da ricordare, festeggio anniversari, scarico fotografie d’epoca o meme che mi fanno ridere, condivido richieste di adozioni di cani abbandonati, probabilmente la mia vera vocazione.

Scrivo status per lo più spiritosi, quando mi vengono, o appelli di onlus. Seguo profili di amici o conoscenti che si sono specializzati in tematiche sociali: disturbi alimentari, politica, benessere. Con Instagram, invece, ho una rapporto superficiale: guardo prevalentemente le figure, i video, raramente leggo la didascalia, mi lascio attrarre dall’estetica, dal soggetto o, in modo subliminale, dalla palette. Spesso scrollo senza audio perché è già notte fonda e mio marito già mi dorme accanto (spesso dopo aver postato qualcosa che vado a sbirciare: quanto è interessante conoscersi anche attraverso i profili). Concludo sempre con una scorsa ai post suggeriti dagli algoritmi in base ai like: animali, bambini che ballano, scalatori di grattacieli, giovani stilisti, video satisfying (saponi affettati, presse idrauliche ed esercizi calligrafici). Instagram è per me un gigantesco fotoromanzo con mille protagonisti che a volte si intrecciano, hashtag che associano persone nella stessa battaglia, geolocalizzazioni che le uniscono, qualche volta loro malgrado. Alla fine, la timeline dei nostri social racconta molto più di noi che dei profili che seguiamo. E le storie a cui ci leghiamo sono una espressione del nostro gusto, del nostro vivere. Anche per questo ci affezioniamo a un profilo piuttosto che a un altro, e facciamo attenzione ad ogni variazione, flessione, lacuna. Come è successo con l’assenza di Chiara Ferragni: giorni di silenzio social (seguiti dalla notizia dei problemi di salute di Fedez) che diventano hype, che non è astinenza, è attaccamento a una storia che abbiamo scelto tra tante perché ci riguarda, poco importa se vera (come in questo caso) o creata ad arte. È come un diario a cui abbiamo avuto accesso a cui è stata strappata l’ultima pagina. L’epilogo di un romanzo di appendice che dobbiamo leggere a tutti i costi. D’altronde, era anche l’ambizione di Jo March di Piccole Donne: pubblicare una novella popolare a puntate, su un giornale, che facesse trattenere il fiato nell’attesa tra un capitolo e un altro. E sappiamo tutti che Jo March aveva sempre ragione. Oggi avrebbe un bel profilo, e un sacco di followers.

*Attrice, sceneggiatrice e regista

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