Violenza, dal pugno alla “mascherina 1522”, tutti i segnali per chiedere aiuto

Violenza, dal pugno alla “mascherina 1522”, tutti i segnali per chiedere aiuto
di Maria Lombardi
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Martedì 9 Novembre 2021, 14:45

Leggere le mani, decifrare i movimenti delle dita. Fare attenzione al pollice che resta chiuso nel pugno. Non è un ciao, ma un Sos. Qualcuna sta urlando in silenzio: aiuto, sono vittima di violenza. Signal For Help, ideato dalla Canadian Women's Foundation, una fondazione canadese femminista che si occupa di violenza domestica, in pieno lockdown 2020 è diventato un codice internazionale per denunciare abusi quando non si può parlare perché l'aggressore è lì accanto.
I social lo hanno rilanciato, le ragazzine lo hanno conosciuto su TikTok e adesso quasi ovunque si capisce cosa vuol chiudere il pugno in quel modo. Ma non è il solo segnale per far sapere di trovarsi in pericolo. Sempre nei primi mesi della pandemia, quando molte donne bloccate in casa erano esposte al pericolo di aggressioni e botte, in Spagna si adottò il codice mascarilla19. All'inizio pensato per le farmacie, chi si avvicinava al banco per chiedere una mascarilla19 - modello che non esiste - stava dicendo altro, è poi diventato un messaggio in bottiglia da affidare a chiunque. Masque19, la versione adottata in Belgio e in Francia.

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LE FARMACIE
In Italia la campagna mascherina 1522 (il numero nazionale antiviolenza e antistalking della presidenza del Consiglio dei Ministri) venne lanciata durante i primi mesi della pandemia dopo la firma di un protocollo d'intesa tra il dipartimento per le Pari Opportunità e la Federazione degli ordini dei farmacisti italiani con Federfarma e Assofarm. «Se sei vittima di violenza, in farmacia chiedi la mascherina 1522. È un codice per far sapere che hai bisogno di aiuto», i manifesti diffusi dai farmacisti.
A Oristano, qualche mese fa, una ragazza è entrata in farmacia con un'amica. «Vorrei una mascherina 1522», la titolare ha capito al volo il messaggio, ha invitato le due ad accomodarsi nel retro e lì ha ascoltato il racconto della 17enne. Un amico di famiglia, un sessantenne a cui la ragazzina era affidata, abusava di lei da quando aveva 12 anni. L'allarme ha fatto scattare le indagini, l'uomo è stato arrestato.
Non solo mascherine, in Francia un punto nero disegnato sul palmo della mano equivale a una richiesta di aiuto. Negli Usa e in Gran Bretagna si cerca di proteggere le donne nei bar con la campagna Ask for Angela, chiedi di Angela. Una donna in pericolo si avvicina al bancone e pronuncia quella frase, il barista capisce che sta rischiando e chiama la polizia. Solo nei locali statunitensi se si ordina un angel shot si sta dicendo al cameriere: la persona che ho accanto, mi molesta, per cortesia accompagnami alla mia macchina. E se l'angel shot è richiesto con il ghiaccio, vuol dire: chiama subito un taxi.


I CENTRI
Non è sempre semplice, affidarsi alle parole in codice e ai segni. Il rischio di essere equivocati o non compresi è alto, si interviene quando non è richiesto, fraintendendo il movimento delle mani, o si lascia cadere nel vuoto un grido silenzioso. Un pericolo segnalato da diverse associazioni che si occupano di violenza in Italia quando un video di Gengle onlus rilanciò anche da noi il pugno chiuso. Signal For Hepl non è mai diventato un codice adottato ufficialmente nel nostro Paese.
«In Italia questo segno ha avuto una scarsa diffusione, avvenuta solo in maniera informale», spiega Elisa Ercoli, presidente di Differenza Donna ong, che da luglio 2020 gestisce il numero 1522. «Abbiamo piuttosto bisogno di campagne che facilitino l'accesso all'1522 e di condividere con la rete antiviolenza linee guida chiare e utili ad applicare i principi della Convenzione di Istanbul. Le associazioni lottano perché le risorse e le politiche siano strutturate, continue, finanziate e multi-livello. Non penso che abbiano scoraggiato l'ingresso nella società italiana del gesto per richiedere aiuto». E la campagna mascherina 1522 ha funzionato? «Ha avuto la sua utilità e continuerà a svolgere un suo ruolo, come hanno dimostrato i fatti di cronaca. Ritengo più necessario, però, costruire un sistema e studiare strategie di comunicazione per permettere a donne in pericolo di chiedere aiuto».
 

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