Vaticano, l'economista di di Papa Francesco: «Serve un piano per salvare il ceto medio»

La professoressa pro Rettrice della Cattolica di Milano, Alessandra Alibrandi Sciarrone
di Franca Giansoldati
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Sabato 27 Marzo 2021, 09:25 - Ultimo aggiornamento: 13:07

Città del Vaticano – Per il ceto medio, ma anche per le donne, il tempo stringe. Il Covid ha innalzato a livelli mai visti l'indebitamento di milioni di famiglie, di artigiani, di negozianti e piccoli imprenditori e imprenditrici. L'ascensore sociale rischia di incepparsi senza ammortizzatori adeguati a fronteggiare questo blocco crescente di super indebitati, molti dei quali però potenzialmente in grado di rialzarsi e riprendersi dalla crisi profonda che la pandemia ha prodotto o aggravato. Per questo però occorre riscrivere numerose norme in vigore, fra cui anche quelle europee che riguardano i crediti delle banche cosiddetti “deteriorati”, ovvero non pagati da debitori oggi in difficoltà. In Vaticano c'è chi sta lavorando ad un piano ambizioso e complesso, una proposta da sottoporre al Parlamento Europeo e alla Commissione. Ci sta lavorando da tempo Antonella Sciarrone Alibrandi, 55 anni, tre figli, prorettrice della Università Cattolica del Sacro Cuore, ordinaria di diritto dell'economia e da otto mesi nel board dell'ASIF, l’authority di supervisione e informazione finanziaria del Vaticano, chiamata da Papa Francesco a far parte della squadra di esperti cui è affidato il compito di vigilare sui flussi finanziari per contrastare il riciclaggio. 

Una corsa contro il tempo?

«Nel nostro paese la rotta è cambiata. Storicamente l'Italia ha sempre avuto tanto debito pubblico e poco debito privato, mentre nell'arco dell’ultimo decennio il rapporto si è invertito. Il debito privato si è espanso per vari motivi. Su questo fenomeno come Università Cattolica abbiamo costituito un Osservatorio che sta collaborando con la Task Force vaticana per il Covid-19 voluta da Papa Francesco all'interno del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale. In pratica stiamo studiando un piano da proporre all'Europa che possa dare sollievo alle famiglie, alle donne, alle piccole realtà artigiane e imprenditoriali che ora vivono un momento drammatico, sovrastate dai debiti, ma che si possono riprendere. Bisogna puntare su coloro che hanno sostenibilità prospettica per salvare il ceto medio, ossia l'ossatura del Paese». 

Per ora però esistono sostegni ed è in arrivo il Recovery Plan..

«Al momento siamo in una sorta di bolla, grazie alle numerose misure introdotte dal Governo negli ultimi mesi: le moratorie sui crediti, il blocco dei licenziamenti e delle aste giudiziarie, le garanzie pubbliche su crediti erogati e così via. Parliamo però di misure temporanee e quando verranno meno il limite di rottura potrebbe essere vicino. Oggi assistiamo, in ambito bancario e finanziario, a una situazione quasi paradossale: da una parte vi è un’altissima liquidità sui depositi e sui conti correnti, a causa della incertezza complessiva sul futuro, dall'altro un indebitamento a livelli record. Sono crescenti le fasce di popolazione che vanno verso una povertà assoluta o un deterioramento irreversibile della propria condizione patrimoniale».

Su cosa state lavorando?

«La sfida sta nel trovare soluzioni nuove che, in un orizzonte di medio e lungo periodo, siano in grado di contenere le difficoltà dei debitori con modalità sostenibili per tutto il sistema economico e sociale. Mi spiego: molti dei sovra-indebitati sono persone che in prospettiva si possono riprendere. Per esempio l'artigiano, la imprenditrice, la ristoratrice che oggi non lavorano per la pandemia. Più in generale, ci sono molte persone che, se aiutate, potrebbero innovare il loro modello di attività ad esempio rendendolo più digitale e rispettoso dell'ambiente. È fondamentale analizzare le varie situazioni e sostenere chi ha la possibilità di riprendersi, senza che i debiti che si portano addosso a causa del Covid o di problemi pregressi costituiscano una zavorra insormontabile». 

Una specie di rimessa in termini per i super indebitati?

«Si deve lavorare sulle norme vigenti in modo da renderle più adatte a favorire accordi e rinegoziazioni tra debitori e creditori che siano funzionali per entrambi. La maggior parte dei creditori forti sono banche che hanno già in pancia crediti deteriorati pregressi e le banche, nel quadro delle regole internazionali vigenti, sono portate a cedere a terzi i loro crediti piuttosto che a selezionare tra debito e debito e a supportare i debitori meritevoli. Le norme vigenti sono disincentivanti e vanno corrette alla luce della pandemia». 

Ma cosa ci guadagnerebbero o, meglio, chi ci guadagnerebbe in questa insolita moratoria?

«Tutti. Le soluzioni che proponiamo sono a beneficio dell’intero sistema. A risultare avvantaggiati non sono solo i soggetti diretti destinatari delle nuove soluzioni: famiglie, donne imprenditrici, artigiani, negozianti, ristoratori o ristoratrici che dimostrano di avere la forza di riprendersi. Politiche di questo genere risultano anche funzionali a mitigare il forte impatto sociale generato dall’espulsione anzitempo dal circuito bancario di famiglie e imprese. Parliamo di soggetti che, privi di aiuti, precipiterebbero in una “notte permanente del debito” con enormi costi per lo Stato e per tutto il Paese. L'ascensore sociale che è già quasi fermo si incepperebbe definitivamente. Si tratta di una crisi sistemica che si può affrontare solo trovando un equilibrio fra i vari interessi coinvolti, individuando un obiettivo comune. Anche in questo ambito, il Covid ci ha insegnato che siamo tutti interconnessi. Non si salva solo una categoria, si salva l'insieme». 

Il Vaticano in tutto questo che cosa c'entra e perchè l’ha coinvolta in questo progetto?

«L'anno scorso Papa Francesco ha istituito una Commissione vaticana per il Covid e tra le aree di azione di questa task force c'è proprio quello della finanza e dell'economia, coordinato da Suor Alessandra Smerilli. Occorre unire differenti competenze e punti di vista, studiare soluzioni nuove e metterle a disposizione di chi governa. È quello che vogliamo fare. Accanto al tema dei debiti sovrani è importante studiare anche i problemi legati ai debiti delle persone e delle famiglie che stanno generando tante nuove fragilità. È una questione urgente ed è una reale corsa contro il tempo». 

Mi faccia una sintesi di quello che state facendo...

«Stiamo provando a formulare proposte concrete da portare all’attenzione dell'Europa ma anche delle istituzioni italiane. Come Università Cattolica mettiamo a disposizione studi e ricerche, competenze interdisciplinari necessarie per elaborare soluzioni normative che, in una cornice comunitaria, tengano conto della stabilità finanziaria, della redditività delle banche ma anche delle situazioni in cui si trovano i debitori. L'obiettivo, ripeto, è evitare la disintegrazione di un ceto sociale. Il ceto medio. Vogliamo evitare un costo sociale altissimo non solo per l’Italia ma anche per altri paesi europei». 

Ha a che fare con il Recovery Plan?

«Da un punto di vista europeo al momento c'è una specie di pregiudizio sul debito e non si vuole che i fondi legati all’iniziativa Next Generation Ue vengano utilizzati in questa prospettiva. Se però i fondi europei devono essere usati per garantire che la prossima generazione non risenta in modo permanente dell’impatto della crisi COVID-19 e per garantire coesione sociale, nel nostro Paese tali obiettivi non possono non passare anche da una gestione più efficace del fenomeno dilagante dei debiti privati. Le nuove generazioni sono infatti i figli e le figlie di imprenditori, lavoratori e in generale famiglie che oggi, per effetto della pandemia, stanno vivendo situazioni di grande fragilità». 

Cambiamo argomento. Come stanno andando secondo lei le riforme economiche in Vaticano dopo il terremoto dell'anno scorso legato alla inchiesta del famoso palazzo di Londra?

Secondo me si sta andando nella direzione giusta. Si lavora alla trasparenza e a una maggiore incisività del controllo anche se le difficoltà ci sono. Naturalmente stiamo parlando di riforme importanti e complesse, richiedono un tempo adeguato per ridisegnare più di una struttura, ma il passo è giusto, mi creda». 

Le difficoltà maggiori dove sono a suo parere?

In passato in questo sistema mancavano strutture e regole di controllo in linea con le migliori pratiche internazionali. Esisteva una eccessiva policentricità nelle decisioni e fra le varie autorità, che non erano collegate tra loro in modo efficiente e funzionale. Era perciò difficoltoso fare precise rendicontazioni e, ancor prima, puntuali attività di budgetizzazione. Con tutte le sue specificità anche il Vaticano deve però conformarsi ai principi internazionali e alle regole di organizzazione aziendale. In questo processo, la difficoltà maggiore rimane calare tali principi internazionali in una realtà così peculiare riuscendo comunque a perseguire efficacemente le finalità sottostanti».

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