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Sabrina Lucibello, la direttrice del piccolo Mit: «Qui nel centro della Sapienza ricerca senza barriere»

Sabrina Lucibello, la direttrice del piccolo Mit: «Qui nel centro della Sapienza ricerca senza barriere»
di Paolo Travisi
4 Minuti di Lettura
Sabato 23 Luglio 2022, 21:16 - Ultimo aggiornamento: 25 Luglio, 18:01

Un centro di ricerca dalle ambizioni internazionali. Un laboratorio di idee e innovazione che guarda lontano, al Mit di Boston, ma anche dentro casa, tra le facoltà del più grande ateneo d'Europa, l'Università La Sapienza di Roma, dove è nato nel 2019. Saperi&Co, infrastruttura di ricerca e servizi, ha l'ambizione di promuovere l'eccellenza nella ricerca applicata, coniugando i saperi di tutte le discipline universitarie e superando barriere. Una missione affidata a Sabrina Lucibello, 48 anni, architetto di formazione, professore associato in Disegno Industriale e madre di due gemelle, che dirige il centro Saperi&Co, con 300 ricercatori e 180 docenti afferenti dai vari dipartimenti. Nei giorni scorsi una mostra, Dalle idee ai prototipi, ha raccolto alcune delle più significative attività di ricerca del Centro.


Il centro si ispira al celebre MIT di Boston. Un'ambizione realizzabile?
«Sì, perché il nostro centro a La Sapienza, rispetto al MIT, non ha solo discipline tecnologiche, ma tutte le discipline insieme, per superare le barriere della ricerca e spingere l'innovazione ai massimi livelli. Sono convinta che abbia tutte le carte in regola per farcela».


Cosa fate in questo centro di ricerca?
«Ci sono un FabLab, cioè un laboratorio con attrezzature per la fabbricazione digitale, un'officina meccanica, laboratori per i materiali, una zona espositiva, un'area per la formazione e co-working, perché l'idea è stimolare la compartecipazione dei vari settori disciplinari, verso livelli di innovazione sostenibile e futuribile. Abbiamo sviluppato un modello che accoglie studenti e lavoratori, facendo nascere dal basso questa modalità di interazione. Inoltre è un luogo fisico, dove aziende ed enti possono entrare in contatto. Noi raccogliamo le idee, le trasformiamo in prototipi fino a portarli alla brevettazione, facendo crescere il valore delle idee innovative».


Una donna a capo di un centro di ricerca. Pregiudizi ne ha superati?
«Il pregiudizio più grande l'ha superato la nostra rettrice, Antonella Polimeni, la prima rettrice della Sapienza, quindi io sono in linea con questo slancio dell'università verso la parità di genere e verso la cosiddetta quarta missione: formazione, ricerca, contatto con l'industria e abbattimento delle diseguaglianze, di genere, culture, religioni».


E lei?
«Sono stata ben accolta, anche se il mondo digitale è visto come prettamente maschile. Non ho subito grandi pregiudizi, sicuramente sono stata accolta con sorpresa. Sono tre anni che dirigo il Centro».


Che obiettivi ha?
«Abbiamo recentemente fatto una mostra espositiva per raccontare l'attività di 3 anni, raccogliendo 30 casi di eccellenza tra prodotti e brevetti. Abbiamo stimolato giovani di varie discipline, creando sei gruppi di laureandi e dottorandi, che hanno realizzato l'idea di nuove startup innovative, con l'obiettivo di facilitare nuove forme imprenditoriali giovanili».


Il mondo scientifico è ancora oggi molto maschile, come ci si guadagna il rispetto?
«Il mondo accademico è certamente maschile, le figure apicali sono di solito uomini; noi donne per essere al pari dobbiamo tirare fuori le unghie e molte scelgono solo il lavoro, rinunciando alla vita privata. Io con fatica ho scelto anche la famiglia, ho due gemelle, ma devo dire che proprio il fatto di essere donna mi ha costretto a combattere con il sorriso. Non so se la mia sia una storia di successo, ma la fiducia de La Sapienza dimostra che le cose stanno cambiando. Non credo sia tanto una questione di pregiudizio, ma una donna con famiglia fatica a portare avanti entrambe le cose con serenità».


Sappiamo che in Italia, mancano i fondi per la ricerca, e le menti invece?
«Le menti non mancano. Abbiamo conosciuto giovani talenti con idee rivoluzionarie che aspettano finanziamenti e speriamo nei fondi del PNRR. La nostra missione è portare la ricerca fuori dai cassetti accademici, farla diventare un'innovazione per migliorare la vita quotidiana delle persone, perché solo l'utilità ha un senso».


Il grande problema dell'Italia, è connettere il mondo della ricerca con l'industria. Qual è la sua ricetta per riuscirci?

«Le necessità sono quelle di avere un linguaggio comune, parlarsi e sapersi raccontare. Il ricercatore deve imparare a divulgare all'esterno, con parole semplici, in questo il nostro centro è fondamentale. Quindi come prima cosa direi l'accoglienza delle aziende che deve essere un territorio comune, per mettere in contatto le persone giuste. Siamo un hub che mette in rete competenze e le esigenze del mercato».

Dica la verità, quanti ricercatori dopo un percorso nel vostro centro, se ne vanno in giro per il mondo?
«È successo, ma tutti hanno la voglia di rientrare, perché oltre i finanziamenti che ci sono all'estero, in Italia il livello di conoscenza è molto alta. Direi che in questi tre anni ho conosciuto più persone che ritornano, di quelle che sono partite».
 

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