La sociolinguista Vera Gheno: «C'è resistenza a declinare le professioni al femminile, la mentalità è ancora patriarcale»

Domenica 27 Dicembre 2020 di Valentina Venturi
Vera Gheno

«Chi parla male pensa male e vive male. Bisogna trovare le parole giuste. Le parole sono importanti». Così rispondeva Nanni Moretti nel film “Palombella Rossa” alla giornalista che usava il termine “trend negativo”. La sociolinguista Vera Gheno lo pensa da sempre: da collaboratrice dell'Accademia della Crusca, insegnando all’Università di Firenze e lavorando con Zanichelli. Non ultimo lo conferma con chiarezza nel saggio “Femminili singolari. Il femminismo è nelle parole” edito dalla casa editrice effequ, in cui l’autrice smonta le convinzioni linguistiche italiche, rintracciandone l’inclinazione irrimediabilmente maschilista.

Da cosa è stato ispirato il titolo “Femminili singolari. Il femminismo è nelle parole”?

«Mi piaceva la polisemia del termine “singolare”, che sia ricorre nella nomenclatura grammaticale (“femminile singolare” o “plurale”) sia viene usato con il significato di “strano, peculiare, particolare”. Siccome molte persone storcono il naso davanti ai femminili professionali, mi sembrava un doppio significato assai azzeccato. Il sottotitolo, invece, è stato deciso assieme agli editori Silvia Costantino e Francesco Quatraro per far capire subito, sin dalla copertina, che si tratta di un libro militante».

Quando ha capito che c’era bisogno di spiegare i termini al femminile?

«La consapevolezza è maturata durante gli anni come gestrice del profilo Twitter dell’Accademia della Crusca, mansione che mi ha permesso non solo di studiare la questione, ma anche di verificare il grado di disinformazione diffuso tra le persone riguardo all’argomento. Dovendo rispondere reiterando sempre gli stessi commenti (no, presidenta non esiste; no, non è che se dici assessora poi devi dire dentisto; no, la cacofonia nella lingua di tutti i giorni non ha nessuna rilevanza…), ho sentito il bisogno di far conoscere più a fondo la questione offrendo il mio contributo alla divulgazione linguistica».

Qual è il maggiore impedimento all’uguaglianza dei sessi?

«Direi la mentalità tradizionale che è di stampo patriarcale. Il patriarcato è una visione della società che a mio avviso danneggia tutti, non solo le donne. Chiunque non rientri nello “stampino” predefinito rappresenta un problema, per questa impostazione: la donna che “fa come l’uomo”, l’uomo che “fa come una donna”, chi non si riconosce nei due generi canonici…».

Quale parola pensa sia più sessista tra i termini italiani?

«Non penso che ci sia una parola più sessista di altre. Intanto, perché di per sé le parole non sono per forza sessiste: dipende da come le usiamo. “Signora”, se usato per riferirsi a una professionista che avrebbe un titolo professionale, è insultante quanto “puttana” se usato come offesa nei confronti di una persona. Quindi la risposta è: dipende. Dal contesto, dalle intenzioni, dall’interlocutore».

Ha mai dovuto rispondere a un insulto utilizzando termini sessisti?

«Chiaramente, provo a non cadere nella trappola dell’insulto reciproco, per cui direi di no. Ma a volte anche io perdo le staffe e dico o scrivo cose che… Non dovrei dire».

Perché è considerata intollerabile la declinazione al femminile di alcune professioni?

«Perché la lingua ha una fortissima componente identitaria, per cui toccare la lingua vuol dire toccare le persone stesse, le loro idee, i loro valori. Noi esseri umani siamo stanziali, renitenti al cambiamento, anche linguistico. Quando qualcuno ci “sfida” sulle nostre conoscenze, sulle nostre competenze, che magari fino a quel momento “andavano bene”, reagiamo con paura che porta spesso ad aggressività. In questo, siamo molto animali. Si tirano fuori le scuse più varie (dalla cacofonia alla tradizione), eppure le cose, come spiegato in Femminili Singolari, stanno ben diversamente».

Si definirebbe una femminista?

«Sì, senza esitazioni, anche se sono agli albori del mio femminismo. Ci sono arrivata tardi, e ho dovuto battere personalmente la testa nelle iniquità della nostra società, per cui, pur appartenendo anagraficamente alla cosiddetta “terza ondata”, sono vicina alle posizioni della “quarta ondata”. Mi riconosco in un femminismo intersezionale che include chiunque voglia farne parte e che si dichiara a favore dell’equità non solo per le donne, ma per “tutti, tutte e tuttə”, come si legge nella traduzione italiana (a cura di Eloisa Del Giudice) del bel libro di Marcia Tiburi “Il contrario della solitudine” (2020, EffeQu), traduzione di “Feminismo em comun”».

Da dove nasce la sua passione e professione di sociolinguista?

«In parte è questione di geni: mio papà è un linguista. Poi, all’università ho scoperto la sociolinguistica, che studia la relazione tra le persone e le loro parole, con tutte le conseguenze del caso, e mi ci sono appassionata. Ma la direzione che ha preso la mia vita è stata quasi casuale, direi: una serie di fortuite coincidenze. Evidentemente in questo momento storico sentiamo il bisogno di riflettere sulle nostre parole e sul loro uso più di prima».

Un consiglio alle future avvocata e sindaca?!

«Non è obbligatorio definirsi al femminile; tuttavia, se non lo fai, interrogati sui motivi che ti portano a fare questa scelta. E ricordati che ciò che viene nominato “si vede” meglio».

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