Le eroine del multitasking sull'orlo di una crisi di nervi

Le eroine del multitasking sull'orlo di una crisi di nervi
di Valeria Arnaldi
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Una sorta di languore, il lento consumarsi di energie e speranze. La difficoltà, in taluni casi sopravvenuta incapacità, di guardare avanti. Un affaticamento emotivo. È di questo sottile struggimento che, in epoca Covid, si sono ammalati molti. Anzi molte. Il problema, infatti, è particolarmente evidente nelle donne. Da un sondaggio Eurodap-Associazione europea per il disturbo da attacchi di panico è emerso che, con la pandemia, per il 73% delle donne sono aumentati impegni e stress. Per il 45%, è stato impossibile fare fronte a tutti gli impegni giornalieri. Secondo dati sulle ripercussioni del Covid, pubblicati dal Ministero della Salute, i casi femminili di depressione sono il doppio di quelli maschili.

Non solo. Studi in Italia, Spagna, Irlanda, Israele, Cina e India hanno rilevato un aumento del 30% di sintomi della Sindrome post traumatica nella popolazione. Essere donne è ritenuto uno dei fattori di rischio di maggiore carico psicologico. Maria Concetta Morrone, docente di fisiologia dell'università di Pisa, nonché accademica dei Lincei, perché questo languore da pandemia colpisce in particolare le donne? «Le donne, come si suol dire, sono multitasking, portate a gestire più task in parallelo. In realtà, le neuroscienze ci insegnano che la gestione di compiti diversi non avviene in parallelo, ma in serie. A fare la differenza è lo switch attentivo, ossia la capacità di spostare velocemente l'attenzione da un task all'altro. Le donne sono più veloci. E durante la pandemia, specie le giovani, con bimbi piccoli e smart working, si sono trovate a gestire più compiti contemporaneamente».

Paradossalmente, a penalizzare le donne è il talento di saper seguire più attività insieme? «Sì. Effettuare più compiti contemporaneamente, oltre a produrre un grande affaticamento, genera, a fine giornata, la sensazione di non aver raggiunto tutti i risultati che ci si era prefissati. Ciò può generare senso di inadeguatezza e apatia. In un confronto tra ricercatori e ricercatrici, in epoca Covid, si è visto che le ricercatrici, con figli, hanno avuto un calo di produttività del 30% rispetto ai colleghi. La didattica a distanza ha affaticato i ragazzi, ma anche i genitori che li hanno seguiti, specie le mamme che, nel nostro Paese, si fanno ancora carico di gran parte delle mansioni familiari».


Quando i compiti da seguire simultaneamente sono troppi? «Ognuno ha la sua soglia. In laboratorio, sperimentiamo le capacità di attenzione, chiedendo ai soggetti di seguire quattro oggetti che si muovono casualmente in mezzo ad altri. Scientificamente, possiamo pensare, per analogia, che sia lo stesso con compiti più complessi».

Quali sono gli effetti? «Sul breve periodo, questa sorta di abbandono, l'inerzia, l'incapacità di concentrarsi e reagire in modo positivo. Studi hanno dimostrato che le persone che cadono in tale languore, poi, spesso arrivano ad essere curate per la sindrome del disturbo da stress post-traumatico. Nel lungo periodo, il cervello gestisce con meno efficienza i processi abituali. Ricadute si vedono anche sulla memoria. Quando si è concentrati su una attività, il giorno dopo si riesce a ricordare ogni sua fase. Quando le attività sono molteplici si tende a rammentare il risultato finale, senza decodificare il procedimento. Se lo stress si ripete per lunghi periodi, il danno può stabilizzarsi e tradursi in un deficit permanente. Taluni cambiamenti si verificano già in poche settimane e la pandemia dura da oltre un anno».

Come si può uscire da questa apatia? «I rapporti sociali possono attenuare enormemente i sintomi. La comunicazione non può essere solo verbale o scritta, bisogna guardare e sentire l'altro. Ciò, ad esempio, innesca i neuroni specchio. In generale, sarebbe utile imparare a gestire tempo ed attività in modo seriale. La gestione multitasking non è detto che sia benefica per i risultati e neppure per la qualità della vita delle donne»
 

Sabato 22 Maggio 2021, 08:23
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