TERREMOTO

Filiera femminile dietro il cachemire dei Sibillini. Giulia Alberti: «Nessun aiuto pubblico, progetto auto finanziato»

Lunedì 26 Aprile 2021 di Rosalba Emiliozzi
Da sinistra Giulia Alberti e Silvia Bonomi indossano cappelli fatti con la loro lana. Filiera femminile dietro il cachemire dei Sibillini. Giulia Alberti: «Progetto auto finanziato, sempre respinte le domande per fondi pubblici»

Lazio, Abruzzo, Umbria, Marche. Vale a dire il cratere del sisma del 2016. Parte dal cuore del terremoto questa storia di donne e di rinascita. Donne che hanno sfidato prima le scosse poi il Covid-19. Difficoltà giganti, che hanno rallentato il loro progetto di filiera corta tutta, o quasi, al femminile, ma non l’hanno fermato, neanche quando la nave, partita da Canada con i macchinari, «ci ha messo due mesi ad arrivare e un altro mese, tra quarantene e zone rosse, a consegnare - racconta Giulia Alberti, 36 anni, che a Montefortino, poco più di mille abitanti in provincia di Fermo, si occupa della fase finale, filare il cachemire dei Monti Sibillini, oggi diventato una realtà, e realizzare borse, cappelli, maglioni, tutto ciò che con un clic si potrà acquistare quando i siti e-commerce in costruzione saranno pronti.

 


Ma di commerciale questa storia ha ben poco. Più che un maglione, si acquista un’idea, offrire l’opportunità di un lavoro a una donna che tra sisma e pandemia lo ha perso e non lo ritroverà più, si compra un modo di agire, un mondo quasi perduto, la natura che accarezza l’uomo, nessuno sfruttamento di animali. «Anzi - spiega Alberti - se l’animale soffre la lana non è buona, più la pecora vive bene, più mangia in pascoli incontaminati, più la sua lana sarà resistente». Sono gli insegnamenti di Silvia Bonomi, 35 anni, romana, l’altro pilastro del progetto. Qualche anno fa ha lasciato il Lazio per trasferirsi ad Ussita, piccolo centro montano in provincia di Macerata, sulle orme del nonno che a Sasso aveva i pascoli e le greggi di sopravissana. Silvia ha lasciato Campagnano di Roma e una vita senza complicazioni per fare il pastore e occuparsi della pecora dal muso lungo, a rischio di estinzione. Lei e il compagno Riccardo Benedetti, con pochissimi esemplari, sono riusciti a selezionare la razza e a raggiungere un grado di purezza che la stessa lana - morbida e setosa - è in grado di testimoniare.

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Silvia e Giulia si sono incontrate per caso quando il terremoto aveva spopolato i territori montani lasciando tante macerie e pochissimi sogni. In comune avevano la stessa concezione di mondo e la lana, quella che va assolutamente tosata per non far appesantire e ammalare l’animale, «tanto che la pecora salta di gioia dopo la tosatura» dice Giulia Alberti. Così è nato il progetto del cachemire dei Sibillini. Oggi ci siamo. Sette donne del cratere e due uomini - in tutto 9 aziende agricole - coinvolti nel progetto: hanno piccoli allevamenti di sopravissana, seguiti passo passo da Silvia, mentre Giulia ha messo su il lanificio a Rocca di Montefortino, ha assunto una donna per la filatura, altre tre stanno collaborando a partita Iva per altri settori.

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«Diciamo che tra mille peripezie siamo riuscite ad aprire e stiamo facendo i primi campionari - racconta Giulia - ma non è stato facile». Il lanificio è autofinanziato. «Non ho avuto accesso a nessun finanziamento pubblico - racconta Giulia - tutte le domande sono state respinte. Per la Provincia di Fermo l’attività era troppo agricola. Per la Regione Marche, invece, era poco agricola, hanno detto che avevano pochi ortaggi e anche pochi terreni. Anche la domanda del bando per la creazione d’impresa da 30mila euro ci è stato bocciato. Allora mi sono rivolta alla Banca Etica di Ancona che ha creduto nel nostro progetto e, dietro garanzie, ho ottenuto 300mila euro». Che sono andati tutti per l’acquisto dei macchinari artigianali, venuti dal Canada, e per la costruzione di una struttura in legno, sede del lanificio. I primi di gennaio l’azienda marchigiana ha aperto i battenti e oggi si appresta a bucare il mercato con produzioni di nicchia che hanno già attirato l’attenzione di un grande marchio della moda italiana e di un brand di abbigliamento tecnico.

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«Per ora sono contatti, nulla più - dice Giulia, mamma di due bambini - Ho rivoltato la mia vita perché credo in questo progetto. Tutta la filiera nel cratere è stata pensata per il consumatore finale privato, tenendo sempre presenti le finalità del progetto: il rispetto dell’ambiente, degli animali e l’aspetto sociale legato al sisma e al lavoro femminile. Mi piace ciò che c’è dietro questa filiera corta e per lo più rosa: ci sono micro allevamenti da 70/80 pecore sopravissane, una fattoria sociale, un’altra didattica, ci sono i risultati che stiamo ottenendo, una lana ottima da pecore felici, quando apri il vello e scopri che le sopravissane, allevate con tanta cura, hanno il crimp, una fibra grezza da lavorare che supera il test della torsione, è per noi una grande soddisfazione». Avere il crimp significa che il filo di lana è lungo, soffice, caldo, non graffia e non si rompe. Nulla da invidiare alla lana merinos australiana. «Mentre quando si alleva una pecora per la carne o per il latte, il crimp se ne va» dice Giulia. È ciò che le ha spiegato Silvia, che è la responsabile zootecnica del progetto. Il primo maggio, con le Marche in zona gialla, il Museo della lana di Montefortino riapre al pubblico, occasione anche per visitare il lanificio dove un grande sogno si sta avverando nei tempi orribili del Covid.

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