La scrittrice Sabrina Pisu: «Il mio libro con Letizia Battaglia è un invito al coraggio»

Martedì 24 Novembre 2020 di Valentina Venturi
Sabrina Pisu

“Mi prendo il mondo ovunque”, edito da Einaudi, scritto da Letizia Battaglia e dalla giornalista e scrittrice Sabrina Pisu racconta la storia della fotografa italiana, la più celebre e premiata nel mondo, che è stata coraggiosa testimone in prima linea a Palermo negli anni Settanta e Ottanta con la sua macchina fotografica della seconda guerra di mafia, una vera e propria mattanza dei corleonesi che avevano «occupato militarmente» la città, una delle pagine più sanguinarie e buie della storia italiana. Un libro profondo e sincero, in cui Battaglia parla anche della sua vita privata, quella di donna che è riuscita a riscattare quello che sembrava un destino già scritto di sottomissione al mondo maschile e a conquistarsi la libertà, a conquistarsi il suo mondo. Il libro viene presentato insieme al giornalista e scrittore Roberto Ippolito martedì 24 alle 18, in un incontro on line organizzato dal Museo MAXXI.

Com’è nato il libro?

«È nato a Palermo, in una mattina di sole. Io e Letizia eravamo sedute una di fronte all’altra, mentre la guardavo fumare pensavo che la sua vita fosse un romanzo che racconta in maniera unica ed esemplare il Novecento italiano, la storia di una donna che è riuscita a trovare il coraggio di battersi per compiere il viaggio più difficile: quello per incontrare se stessa. Un viaggio che è riuscita a intraprendere quando la macchina fotografica è arrivata come un dono nelle sue mani. Con perseveranza e ostinazione ha riscritto così per lei una storia soltanto sua, non ha accettato il ruolo della comparsa, eterna subalterna, in un una società a dominazione maschile. A spingerla è stata la necessità di autonomia e il desiderio civile di costruire una società più giusta».

Aveva già lavorato con Letizia Battaglia?

«Sì, l’ho conosciuta nel 2016, quando le avevo scritto per proporle di organizzare al Centro Internazionale di Fotografia, quando avrebbe aperto, una mostra sul Caso Mattei con una serie di fotografie inedite, alcuni oggetti personali di Enrico Mattei e piccole parti dell’aereo nel cui schianto il 27 ottobre del 1962 perse la vita il fondatore e presidente dell’Eni. Documenti inediti che hanno costituito prove importanti nella monumentale inchiesta condotta oltre trent’anni dopo con ostinazione dal magistrato Vincenzo Calia, che l’aereo sul quale Enrico Mattei viaggiava, insieme al giornalista americano William McHale e al pilota Irnerio Bertuzzi, era stato sabotato con una carica esplosiva che lo fece esplodere e precipitare nella campagna di Bascapé, non lontano dall’aeroporto di Milano Linate, dove era pronto ad atterrare. “Dobbiamo realizzare questo importantissima esposizione”, mi rispose. Ed è così che è nata la mostra, la nostra amicizia e, poi, questo libro».

Il progetto espositivo è legato al libro “Il Caso Mattei”, edito da Chiarelettere, con il quale è stata tra i vincitori dell’ultima edizione del prestigioso premio Giustolisi per il giornalismo investigativo. È stato un lavoro di indagine lungo?

«Sì, è durato diversi anni e migliaia di pagine, tra carte giudiziarie e altri documenti, da ricercare e studiare. È stato un grande onore ricevere questo premio, un incoraggiamento ad andare avanti».

Battaglia e Pisu, due donne: è stato difficile lavorare insieme?

«No, è stato pieno di passione, emozionante e combattivo: come lo siamo io e Letizia Battaglia. Intenso e a tratti doloroso come può esserlo attraversare una vita e un pezzo di storia, drammatico, del nostro Paese. La sua macchina fotografica ha fermato in tanti istanti, sempre e solo in bianco e nero, la vita a Palermo nel suo labile confine con la morte, recisa con facilità dai proiettili della mafia. Ha immortalato, solo per ricordare alcune sue celebri fotografie, l’omicidio del presidente della regione Siciliana Piersanti Mattarella, quello del giudice Cesare Terranova e l’arresto del boss Leoluca Bagarella. Per venti anni ha fotografato il sangue, il dolore, la morte, di bambini, di intere famiglie sterminate, e lo ha fatto identificandosi sempre con quelle storie. Il libro è il frutto di un rapporto di grande stima e amicizia, e ha l’obiettivo di salvare questa memoria».

Cosa l’ha colpita di più?

«La sua generosità nel far emergere i talenti, l’essere sempre solidale con le donne e la straordinaria forza che si nutre delle ferite profonde che la vita le ha lasciato. Il suo racconto nel libro, nonostante i drammi vissuti, è un invito al coraggio e un inno alla vita, a prendersi il mondo, ovunque sia, a non farci ingabbiare o confinare in un luogo, o ruolo, che non ci appartiene. Letizia Battaglia è una persona libera, che rifugge e rompe le prigioni di pensiero, ama mettersi sempre in discussione, ed è per questo imprevedibile. La sua libertà è la fonte della sua grandezza ma anche della sua solitudine. Nonostante il grande dolore privato e civile, l’aver messo letteralmente per anni i piedi nel sangue dell’orrore mafioso, ha conservato uno sguardo candido, e quindi a tratti anche ingenuo, sul mondo, come quello delle bambine che ama e che sono al centro delle sue fotografie, con i loro occhi pieni di significato e sogni, già un po’ tradite dalla vita, ieri come nei suoi ultimi lavori».

Si riferisce alle fotografie scattate per Lamborghini che hanno scatenato molte polemiche online?

«Sì. I social media sono ormai diventati lo specchio di una pericolosa involuzione culturale e civile, il luogo in cui si riversa una frustrazione sociale sempre più violenta. Alle penne riempite di odio, lanciate senza pensare come mine contro Letizia Battaglia, dico quello che direbbe loro Pier Paolo Pasolini: “Chi si scandalizza è sempre banale: ma aggiungo è anche sempre malinformato”».

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