Donne in architettura, talenti di ieri e di oggi raccontati in una mostra a Roma

Assemble
di Valeria Arnaldi
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Giovedì 6 Gennaio 2022, 15:57

Il talento evidente. La capacità di fare progetti grandiosi, anche per la propria vita. Uno spirito libero, tanto da non esitare a intraprendere un cammino mai percorso prima da una donna. Non erano sufficienti vocazione, ambizione e meriti ad assicurare a Signe Hornborg la possibilità di diventare architetto. Ha avuto bisogno di un permesso speciale, perché alle donne l’accesso agli studi necessari per la professione era proibito. Tutta colpa dello stereotipo che voleva il mestiere rigorosamente maschile. Era il 1890. Hornborg è stata la prima donna al mondo a laurearsi in architettura. Non le sono bastati poi primato e lavoro per guadagnarsi il diritto di progettare un intero palazzo perché quella era “roba” da uomini: ha potuto firmare solo la facciata del Sepänkatu Apartment Building a Helsinki.

 

A raccontare la sua storia e quella di quasi altre cento professioniste del settore, ora, a Roma è la mostra “Buone Nuove. Donne in architettura”, a cura di Pippo Ciorra, Elena Motisi, Elena Tinacci, fino all’11 settembre al Maxxi, museo progettato da Zaha Hadid, prima professionista a ricevere nel 2004 il Pritzker Prize. Un ottimo spunto per guardare alle figure femminili in architettura ieri e oggi.

Sono passati 130 anni dalla “sfida” di Signe Hornbor e le donne oggi nel settore sono sempre più numerose. E sotto i riflettori, per competenze e sensibilità ecologica e sociale. I numeri danno la misura del trend. Stando ai dati degli Ordini provinciali degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori, nel 2020, le iscritte erano 65391 sul totale di oltre 153mila soggetti. L’anno prima, erano 64700. Nel 2010, 57433. Gli uomini rimangono la maggioranza, certo, ma il divario si sta sensibilmente e rapidamente riducendo.

«Da diversi anni l’accesso femminile alle professione tecniche è aumentato - dice Gelsomina Passadore, Consigliere nazionale e Segretario del Consiglio Nazionale degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori, che per la prima volta vede sei professioniste su quindici membri - in parte questo è dovuto ai cambiamenti sociali che ci hanno permesso di dedicarci anche a lavori con meno garanzie, come la libera professione. Il Pritzker Prize, conferito a Zaha Hadid , ha segnato una svolta, con una crescita al femminile nel settore, specie nei Paesi anglosassoni». I modelli “pesano” e si fanno prova del fatto che svolgere la professione è possibile e lo è anche raggiungere importanti traguardi. «Nel corso della carriera, come donna ho dovuto faticare di più per conquistare la fiducia delle persone - prosegue - In altri Paesi si hanno maggiori opportunità perché la figura dell’architetto donna è più conosciuta e già apprezzata».

Ora però le “buone nuove”. «La bella notizia è proprio che le donne nell’architettura ci sono e sono forti, consapevoli, innovative - commenta Giovanna Melandri, Presidente Fondazione Maxxi - sono particolarmente attente alla sostenibilità ed è molto interessante vedere le collaborazioni virtuose tra studi al femminile». Le donne, infatti, secondo i curatori, danno un forte contributo «alla capacità dell'architettura di rispondere alle urgenze del presente, soprattutto in termini di sensibilità ecologica, inclusività, sostenibilità sociale».

Così, tra progetti e visioni, la storia delle architette corre da Norma Merrick Sklarek, prima afroamericana ad avere accesso alla professione nel 1954, a Ada Louise Huxtable che al New York Times negli anni ‘60 ha ideato la critica dell’architettura e nel 1970 ha vinto il primo premio Pulitzer per la critica. Ancora, Eileen Gray, pioniera  dell’International Style, e Charlotte Perriand, considerata la fondatrice del design moderno. Fino a Kazuyo Sejima e Assemble, con nuove forme associative. Senza trascurare ovviamente le grandi italiane, come Elena Luzzato Valentini, pioniera del Razionalismo italiano e prima italiana a laurearsi presso la Regia Scuola Superiore di Architettura di Roma, nel 1925, Maria Teresa Parpagliolo, che  per l’Oxford Companion to Gardens è «uno degli architetti paesaggisti più rilevanti del ventesimo secolo», Gae Aulenti, Lina Bo Bardi, Anna Ferrieri Castelli che con il marito Guido Castelli ha fondato la Kartell. Ancora, Nanda Vigo, Carmen Andriani, Paola Viganò e altre, fino alle emergenti, come Francesca Torzo.

Storie e progetti che, sottolineano i curatori, si fanno metro del «crescente processo di liberazione del mondo professionale da pregiudizi e abitudini che spesso hanno frenato l'affermazione delle donne». Il fermento del settore è evidente. «Sono felice di essere una donna architetto in questo momento storico - dice Matilde Cassani - perché è evidente che qualcosa sta cambiando». Non a caso la Biennale di Architettura di Venezia, nel 2023, sarà diretta da Lesley Lokko, classe 1964, architetta, docente e scrittrice anglo-ghanese. Un ulteriore modello per le architette di domani.

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