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Lidia Cudemo, ceo di D-Hub Studios: «Con il mio team di donne doppiaggio da Oscar»

Lidia Cudemo, ceo di D-Hub Studios: «Con il mio team di donne doppiaggio da Oscar»
di Ilaria Ravarino
4 Minuti di Lettura
Sabato 2 Luglio 2022, 15:55

Diventare un'eccellenza in un settore da sempre appannaggio maschile, trainato da grandi famiglie storiche. E farlo da donna, senza nessun parentela che conta, arrivando a tagliare il traguardo più importante per chi lavora nel settore dell'audiovisivo: la candidatura agli Oscar. È la storia di Lidia Cudemo, 37 anni, nata in provincia di Potenza e oggi a capo di un'azienda, la D-Hub Studios, che si occupa a Roma di doppiaggio e post produzione digitale, con dodici dipendenti - quasi tutti donne - e un pacchetto di progetti realizzati che comprende Lion-la strada verso casa di Garth Davis, il film che nel 2017 ha ottenuto sette candidature agli Oscar.
Come è arrivata al doppiaggio? È figlia d'arte?
«Non sono figlia d'arte. Sono stata molto fortunata: nel 2005 mi sono imbattuta per la prima volta nel doppiaggio. Una società cercava una figura come la mia, nel campo dell'amministrazione, e così ho cominciato. Mi occupavo della contrattualizzazione degli attori, si figuri che non avevo la minima idea di cosa fosse il doppiaggio. Ma piano piano sono cresciuta. Ho lavorato sodo e non mi sono mai fermata. Sono rimasta in azienda per 13 anni: gli ultimi 3 li ho passati da presidente del consiglio di amministrazione. Raggiunto l'apice, ho aperto la mia azienda».
Perché il doppiaggio è un settore maschile?
«È un retaggio culturale italiano. È uno stereotipo che riguarda tutti i mestieri tecnici: le donne nella post produzione ci sono, ma lavorano spesso come impiegate, come amministrative o assistenti al doppiaggio. Nell'ultimo periodo però le cose stanno cambiando».
Ceo a 27 anni: l'età è stata un problema?
«Non per me. La mia fortuna è che ho sempre viaggiato molto. Quando andavo a Londra vedevo che nelle grandi aziende persone anche di livello più alto del mio erano più giovani di me. Il discorso della credibilità legato all'età è molto italiano. Nel settore, qui, sono considerata una mosca bianca».
Quale è stata la svolta della sua carriera?
«Un primo scatto di crescita personale l'ho avuto durante il mio primo viaggio in BBC, per incontrare un referente italiano per il doppiaggio. Mi sono resa conto di trovarmi in un altro mondo, un melting pot straordinario che mi ha fatto riflettere: dovevo darmi una mossa. Rispetto all'Europa, non mi sentivo speciale».
Come ha superato i momenti di difficoltà?
«Ho la capacità di non guardarmi troppo indietro. Vado avanti. Anche se il sistema paese non aiuta gli imprenditori, e a volte mi chiedo se non sarei stata più grande, aprendo all'estero. Ma con i se non si va da nessuna parte».
Quali stereotipi sente di aver sconfitto?
«Spero di aver dato un esempio. Di aver dimostrato che essere donna non è un limite. Ora sono anche mamma, da quattro mesi, di una bambina. Si può fare tutto: a volte a noi donne manca solo un po' di sana ambizione».
Chi sono stati i suoi alleati per il successo?
«Non sarei qui senza il supporto di mio marito, che mi ha aiutato a costruire l'azienda e mi ha dato l'appoggio morale per non mollare. Proprio oggi sono tornata da un giro di incontri con i miei clienti a Los Angeles e non avrei potuto farlo senza di lui, che mi ha seguita con la bambina».
D-Hub è un'azienda quasi tutta al femminile.
«Le donne sono preziose nel multitasking, hanno un senso spiccato per l'organizzazione. Nella mia azienda su 12 persone solo 3 sono maschi: abbiamo un problema di quote azzurre. Ho bisogno di una persona per reparto, ma mi servo anche di molti freelance. Seguiamo doppiaggio e post-produzione, sottotitoli e audio-descrizioni. Facciamo tutto quello che in gergo si definisce localizzazione».
Inclusività e sostenibilità: come si comporta?
«Siamo nell'agenda 2030 dell'Unesco per la sostenibilità dell'oceano. Promuoviamo iniziative a sostegno dell'ambiente e siamo attivi producendo filmati per divulgare la conoscenza del settore oceanografico».
Quali progetti le sono più cari?
«Il primo bimbo, la D-Hub, con il suo bel logo dell'uccellino. Al secondo posto I sassi d'oro, una manifestazione che ho ideato nel 2016, quando Matera si candidò come capitale europea della cultura. Mi venne l'idea di accendere in quel contesto un faro sui mestieri della post-produzione e così è nata la manifestazione, che oggi è gemellata con New York e Los Angeles. La premiazione si svolge ogni anno a Matera in un auditorium di 900 metri quadrati, proprio lo scorso maggio abbiamo promosso due settimane di workshop».
Quali sono i suoi prossimi obiettivi?
«Sicuramente ingrandirmi e aprire una filiale di D-Hub a livello internazionale. E magari un giorno aprirne una in Meridione: vengo da là, e le origini non si dimenticano mai».
 

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