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Cavalieri e galateo da salvare nell'era del #MeToo, farsi aprire la porta da un uomo non è sessismo

Cavalieri e galateo da salvare nell'era del #MeToo, farsi aprire la porta da un uomo non è sessismo
di Marina Valensise
5 Minuti di Lettura
Sabato 5 Giugno 2021, 11:16 - Ultimo aggiornamento: 6 Giugno, 19:32

L'indifferenziazione uomo-donna galoppa e la galanteria sembra svanire, con effetti forse preoccupanti. In molti si discute senza esclusione di colpi: le buone maniere, la cavalleria vanno considerate una forma di sessismo mascherata? Un collega uomo che a un congresso apre la porta a una collega donna rientra nell'atteggiamento sessista? Intanto il costume evolve. Ora è il momento dei Maneskin, gruppo rock vincitore di premi prestigiosi, formato da tre ragazzi con lo smalto alle unghie e gli occhi cerchiati di kajal, mentre l'unica lei, Victoria de Angelis, che suona il basso, veste come loro con tutine attillatissime e tacchi alti.
Non demordono poi le attiviste del #MeToo, sempre in guerra contro il maschio predatore e i suoi abusi sessuali. Anche loro militano per l'indifferenziazione, trasformando l'altro sesso nel nemico da abbattere.
GESTI DI RIGUARDO
Guai perciò a farsi cedere il passo da un uomo, a farsi aprire la portiera dell'auto, a farsi mettere il cappotto sulle spalle. Non parliamo del baciamano. Cortesia e galanteria coi loro gesti di riguardo e i loro rituali poetici e alambiccati possono andare a farsi benedire. Quando non vengono considerati ridicoli e fuori moda, quei gesti del galateo spesso passano per gravi indizi di una prevaricazione non più tollerabile, come se fossero il segno tangibile di un'ineguaglianza che nessuno più sopporta.
Forse resiste ancora il guizzo dell'uomo premuroso che al ristorante afferra il conto per non pagare alla romana e per non farsi umiliare dalla signora. Ma la tendenza in corso sembra inequivocabile. L'egalitarismo radicale non consente differenziazioni di sorta, con buona pace della cortesia e del rispetto per le donne. D'altra parte, i più avvertiti ormai rassegnati si domandano se ha ancora senso parlare di differenza naturale in un mondo dove - pensate ai figli di Angelina Jolie - sin da piccoli ti educano al libero arbitrio persino in fatto di ormoni, per correggere la percezione di genere in un senso o in altro?
Ma quando la libertà del singolo aumenta a dismisura, sul piano del costume si rischia una deriva pericolosa: «Se siamo tutti uguali, se non esistono più differenze tra uomini e donne e la differenziazione è impossibile, finisce per prevalere la violenza. Tra due che sono uguali vince il più forte, e il più debole soccombe perché resta senza tutele». L'avvertimento viene da un esperto, il professor Frédéric Rouvillois. Costituzionalista alla Sorbona, studioso di diritto pubblico e filosofia politica, ha scritto un libro imperdibile (Histoire de la politesse, Flammarion 2020) sulla cortesia, «la politesse», dal latino politus, liscio, brillante, levigato, che nel Trecento ha prodotto in Italia la politezza, termine mutuato poi dai Francesi nel Cinquecento come sinonimo di civiltà, sino a indicare secondo La Rochefoucauld le regole della buona educazione fondate sul rispetto degli altri e dunque sul riconoscimento del valore e dei sentimenti di ognuno.
LA POLITESSE
La cortesia spiega il professore «implica sempre una differenza, una differenziazione, un'ineguaglianza consentita, sia per l'aristocrazia prima della Rivoluzione francese, sia per la borghesia, dopo. Per esempio all'idea che l'uomo è superiore per certi versi come la forza fisica, e la donna lo sia per altri, come il valore morale proprio alla vestale del focolare, custode di tradizioni e costumi, e che per questo il primo sia tenuto a proteggere la seconda per assicurare la sopravvivenza sua e della stessa civiltà».
Ma allora tutte queste belle regole di buona creanza che a molti sembrano fuori tempo, come indice di prevaricazione sessuale e insopportabile diseguaglianza, in realtà sono l'argine della moderazione contro la forza bruta, la violenza e la vera sopraffazione che la proclamazione dell'eguaglianza invece esaspera. Si capisce allora come mai la politesse, coi suoi rituali poetici, dall'attenzione al corteggiamento, e quei meravigliosi arabeschi sulla precedenza che sempre spetta alla donna (tranne quando entra in un ristorante, o quando esce in strada da un portone, perché in quel caso a dover passar avanti è l'uomo, per evitare alla donna di imbattersi in un incontro inaspettato o in un pericolo improvviso, così come per la stessa identica ragione è l'uomo al ristorante a dover cedere alla donna la banquette, e cioè la seduta con vista sulla sala e spalle al muro), e tutti i gesti di omaggio e riconoscimento caduti in disuso lungi dall'essere l'indice di una diseguaglianza intollerabile, sono il segno un'accortezza morale che salvaguardia la differenza consentita tra uomo e donna, riconoscendole un valore.
GLI EFFETTI
E infatti quando questa differenza viene bandita, la prima cosa che salta agli occhi è che, se è vero che la cortesia, argine alla violenza bruta, è sinonimo di civiltà, è vero pure che l'assenza di cortesia e la morte della cavalleria portano dritto all'involuzione civile, fenomeno oggi in espansione chiamato in Francia décivilisation, e in Germania Entciviliesirung, e che ovunque nel mondo corrisponde al ritorno in auge della bestialità.
Pensiamo agli effetti di questo fenomeno sull'amore, con la scomparsa dell'amore cortese, la morte della sublimazione dei sensi che fino ai nostri nonni dominava i rapporti fra i sessi, mentre oggi sembra dominare una sorta di promiscuità diretta, violenta, brutale e senza gioia. «Il paradosso è che l'eguaglianza ha per rovescio della medaglia la violenza» osserva Rouvillois, «e infatti non c'è giorno senza il suo femminicidio, mentre la violenza coniugale fa stragi, e la perversione trionfa sull'amore». Triste effetto della morte della politesse: fondata com'era sulla coscienza delle differenze e sul rispetto del loro valore, almeno aveva il merito di indurre alla moderazione. È bene ricordarlo ai nostri giorni, magari solo per recuperarla in extremis in nome delle donne e di una singolarità irriducibile.

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