Camere di commercio, su 49 Giunte camerali solo 3 donne presidente, rappresentanza al minimo

Sabato 27 Febbraio 2021 di Sonia Montegiove
Camere di commercio, su 49 Giunte camerali solo 3 donne presidente, rappresentanza al minimo

Duecentocinquantasette sono gli anni necessari a colmare il gap di genere esistente in Italia nella partecipazione economica. Secondo il Global Gender Gap Index 2020 del World Economic Forum, infatti, l’Italia è riuscita a fare anche qualche passo indietro rispetto al 2019 sul tema della parità di genere, posizionandosi al 76esimo posto in una lista di 153 Paesi nel mondo.

Con la pandemia, poi, la situazione si è ulteriormente aggravata: i tassi di disoccupazione e inattività delle italiane sono tra i più alti d’Europa. Triste primato, come altrettanto triste si rivela essere la situazione rispetto alla rappresentanza di genere nelle camere di commercio italiane, che lavorano per supportare le imprese e assicurare lo sviluppo dell'economia locale. Un'indagine partita dall'allarme lanciato dal Messaggero di Terni: nella giunta camerale c'è una sola donna.

Secondo il rapporto Mediacom043, infatti, sono soltanto 3 le presidenti (il 6%) delle 49 Giunte delle Camere di commercio nel post riforma e 75 (il 19%) le elette nelle Giunte camerali, vero organo esecutivo delle camere di commercio. 

Situazione migliore per i Consigli camerali, dove la percentuale delle donne, secondo il rapporto, è pari al 26,9%, ovvero riflette il disposto del Decreto ministeriale 156/2011, che definisce come “le organizzazioni imprenditoriali, o loro raggruppamenti, individuano almeno un terzo di rappresentanti di genere diverso da quello degli altri”. Una quota di genere, insomma, che le Cciaa devono rispettare. 

Meno donne nei posti “di comando”? Anche nelle Camere di commercio sembrerebbe esserci una consolidata abitudine secondo la quale al crescere del potere nei ruoli, diminuisce il numero di donne designate a ricoprirli: si parte infatti con un terzo di elette nei Consigli (che hanno solo ruolo di indirizzo), per diventare meno del 20% nell’organo esecutivo delle Giunte e scendere a un 6% nei ruoli presidenziali. Tutto regolare, nessuna Cciaa è fuori legge. Peccato che a individuare i membri degli organi camerali siano Associazioni imprenditoriali, di cooperative o professionisti e Associazioni dei consumatori. “Mondi che – si legge nel rapporto - dovrebbero essere più avanzati e innovativi del corpo sociale nel suo insieme, fungendone da traino. Un mondo che, anzi, formalmente chiede innovazione e modernità al corpo sociale, alle politica e alle istituzioni, dimostrando però nella realtà di essere al suo interno arretrato, nel caso in specie maschilista, caratterizzato da un network di relazioni tutto o quasi al maschile, specchio di un’arretratezza culturale e di efficienza/efficacia che snobba e umilia l’importante realtà delle imprese rosa, privandosi di capacità e contributi”.

Quali le Cciaa più attente all’uguaglianza di genere? Tra le migliori per rappresentanza femminile ci sono le Camere di commercio di Sondrio (con il 60% di donne in Giunta), Brescia (50%) e Nuoro (40%), mentre la maglia nera va alle Camere di commercio di Bari (9,1%), Milano-Monza Brianza-Lodi (9,1%), Riviere di Liguria (9,1%), Salerno (10%), Caserta (10%), Molise (11,1%) e tante altre con appena il 12,5% di donne in Giunta camerale. Balza all’occhio nel rapporto anche il “caso Umbria”, dove a far notare l’unica donna in Giunta sono state le Consigliere di Parità regionale e provinciali che, in una nota congiunta, descrivono la vicenda come “un’occasione mancata”, in un momento come questo in cui “le imprenditrici pagano un conto salato alla pandemia: hanno bisogno di maggior supporto economico, sono meno fiduciose degli uomini circa un rapido rientro alla produttività al termine della pandemia e le iscrizioni di nuove aziende guidate da donne in Umbria sono scese oltre il 30% nell’ultimo anno”.

Quali le possibili soluzioni? Nel rapporto Mediacom043 viene suggerita una legge per l’introduzione di quote di genere nelle Giunte camerali. Come a dire, visto che rappresentanza c’è quando “imposta”, allora la si imponga “come leva per forzare apertura e innovazione” e che possa aiutare le Associazioni imprenditoriali e sociali a scegliere rappresentanti in grado di rappresentare e valorizzare le differenze.

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