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Mariella Mengozzi, direttrice Mauto di Torino: «Donne emancipate grazie all'automobile»

Mariella Mengozzi, direttrice Mauto di Torino: «Donne emancipate grazie all'automobile»
di Maria Lombardi
4 Minuti di Lettura
Sabato 18 Giugno 2022, 11:47

Il primo viaggio in macchina? L'ha fatto una donna. Ed è stato un furto. Bertha Benz, moglie di Karl, l'ingegnere tedesco considerato l'inventore dell'automobile, rubò uno dei prototipi creati dal marito per andare a trovare la madre. Alla guida della Patent-Motorwagen, la prima auto della storia che somigliava tanto a una carrozza, percorse 104 chilometri, tantissimi per quei tempi (era il 1888). Ebbe tante disavventure, Bertha: si fermò alla farmacia di Wiesloch, vicino Heidelberg, a fare rifornimento con il solvente Ligroin, e da un calzolaio per riparare il freno. Riuscì nell'impresa e intuì per prima che la funzione delle auto era questa: spostarsi, muoversi. Poi ci hanno convinto che i motori non facevano per noi, «donne al volante pericolo costante», ma questa è un'altra storia. Quel volante comunque dovremmo ringraziarlo. «Alfieri Maserati, figlio di uno dei fondatori della casa automobilistica, sosteneva che l'emancipazione femminile l'ha fatta l'automobile». Mariella Mengozzi, 60 anni di Forlì, è la signora dei motori, prima donna alla guida del Museo nazionale dell'automobile di Torino. In questi giorni il Mauto partecipa alla Mille Miglia che si conclude oggi a Brescia dopo aver fatto tappa anche a Roma. «La nostra vettura più antica in gara è OM 469 Sport del 1922. Una vettura centenaria, partita con il numero 11».


Perché l'auto avrebbe aiutato le donne ad emanciparsi, come sosteneva Maserati?
«Intanto non è un caso che sia stata una donna, la moglie di Benz, la prima a comprendere il potenziale delle auto. Fino ad allora il motore a scoppio era usato fondamentalmente per usi industriali. Lei capì che poteva servire per gli spostamenti. Le auto hanno emancipato le donne non tanto perché hanno regalato la libertà di muoversi, di raggiungere il lavoro, di rendersi indipendenti. Ma soprattutto perché la ricerca nelle tecniche di produzione delle vetture è stata applicata anche agli elettrodomestici. Grazie alle auto sono nati frigoriferi, frullatori, lavatrici, lavastoviglie. Oggetti che hanno consentito alle donne di alleggerirsi dal peso di tante fatiche casalinghe e di poter conciliare lavoro dentro e fuori casa. Insomma, le automobili hanno cambiato la vita delle donne».


Lei è la prima donna a guidare, dal 2018, il Museo nazionale dell'Automobile. Attraverso quale percorso è arrivata fin qui?
«Ho lavorato come Retail Director in Walt Disney e successivamente in Ferrari, dal 2001 al 2012, dove tra l'altro ho diretto il Museo di Maranello. Dopo varie esperienza, anche in Lamborghini, ho partecipato al concorso per la direzione del Mauto. Questo Museo, nato nel 1933, è stato inserito dal Times tra i 50 più belli del mondo. Sono esposti pezzi unici donati da case costruttrici e collezionisti».


Quali imprese di automobiliste sono raccontate nel Museo?
«Abbiamo in esposizione la vettura della prima donna patentata in Italia, una Isotta Fraschini. Nel 1913 la nobile Francesca Mirabile Mancusio di Caronia, in provincia di Messina, prese la licenza che era stata introdotta due anni prima. Fu una vera pioniera, andò fino al Polo Nord in auto e poi donò la sua Isotta Fraschini al nostro fondatore, insieme alla patente che abbiamo in esposizione. La regina Margherita di Savoia amava le auto, ne aveva diverse e le usava: a ciascuna dava il nome di un uccello. Noi abbiamo in mostra una Itala 35/45HP denominata Palombella, fu realizzata per lei nel 1909. Ed è esposta, in prestito, anche la Formula Monza di Lella Lombardi, la pilota che fece la storia nel 1975 diventando la prima e unica donna a segnare punti in Formula 1».


Le auto più rappresentative del Museo?
«La Itala storica vettura del 1907 che vinse in 60 giorni il raid PechinoParigi, promosso dal quotidiano francese Le Matin. L'equipaggio era composto dal principe Scipione Borghese, il meccanico Ettore Guizzardi e Luigi Barzini, inviato del Corriere della Sera. Unire la Francia e la Cina ha avuto un significato straordinario. La rivoluzione dell'automobile nasce dal poter coprire le distanze. La più datata del Museo è una Peugeot del 1892».


Quello dell'automobilismo è un ambiente ancora molto maschile o sta cambiando?
«Sicuramente è un mondo ancora in prevalenza maschile, ma ci sono tante ragazze che si stanno facendo strada nel rally. Questa passione si va sempre più allargando al mondo femminile e vediamo segni di cambiamento. All'inizio la parola auto era declinata al maschile, fu D'Annunzio a scrivere in una lettera di ringraziamento al senatore Giovanni Agnelli che l'automobile è femminile. Ed è così».


Adesso è tempo di nuove rivoluzioni.
«Nell'auto è connaturata l'idea dell'innovazione e del cambiamento. In realtà, nel 1899 un'auto elettrica belga superò i 100km orari, sembrava avere un potenziale superiore del motore a scoppio e il futuro si pensava fosse quello. Si torna lì. Le competizioni, come si dice, sono nate non appena hanno costruito la seconda vettura per vedere chi andava più forte. E le gare sono sempre state strumento di avanzamento tecnologico».
 

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