Paolo Ricci Bitti
RUGBY SIDE di
Paolo Ricci Bitti

Il diritto e l'orgoglio dell'Italia di giocare con le stelle del rugby del Sei Nazioni

Sabato 22 Febbraio 2020 di Paolo Ricci Bitti
Il messaggio è arrivato e si è pure trovato bene, ha messo radici, ha dato frutti nonostante il clima di 150 anni più arretrato rispetto a quello brumoso del Regno Unito dove dal 1871 le nazionali di Inghilterra, Scozia e poi Galles e Irlanda incrociano i pugni fino a creare nel 1883 la meraviglia del Quattro Nazioni. Il torneo più antico e affascinante del mondo. Nel 1910 viene poi adottata la Francia e l'altro ieri, nel 2000, l'Italia. E' il rugby più avvincente, più trascinante, più allegro persino rispetto a quello imponente e globale dei Mondiali, novità ancora tenera del 1987 per un gioco che con riluttanza si avvicinava all'eresia del professionismo.



Allora oggi è di nuovo Italia contro Scozia, all'Olimpico, ennesima sfida per evitare il cucchiaio di legno, l'ignominioso trofeo virtuale riservato a chi le perde tutte e azzurri e scozzesi sono appunto quelli che più volte si sono specchiati in questa gara a vincerne almeno una su cinque. L'Italia non ce l'ha fatta 9 volte su 20 edizioni e ha raggranellato solo 12 vittorie e pareggio in 102 partite.

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Solo? Sono poche, ma comunque sufficienti a richiamare all'Olimpico 55mila fedeli con l'aiuto di 7mila kilt, mentre il 14 marzo, contro la magna Inghilterra, partita di addio dell'eterno azzurro Sergio Parisse, non si troverà un posto nello stadione grazie anche alla calata di almeno 25mila inglesi che, Brexit o non Brexit, inonderanno Roma di sterline. Com'è possibile questo affollamento per una nazionale che ha infilato 24 sconfitte di seguito? Che non vince una partita nel Torneo dal 2015 (toh, contro la Scozia, a Edimburgo) e all'Olimpico dal paleolitico 2013? Quale altro sport sarebbe ancora vivo dopo questo calvario?

Ecco, il messaggio. Anno dopo anno anche a queste latitudini si è compreso che il risultato può attendere soprattutto se capita di giocare sempre - sempre - contro squadre più forti, spesso molto più forti. Che, al tempo stesso, in Europa, dietro l'Italia, non ci sono altre nazionali per sostituirla. Che è magnifico, anche se la sconfitta è probabilissima, fare festa all'Olimpico insieme ai fedeli dell'altra squadra che poi nel rugby si riconoscono solo dalla maglia e non dal settore delle tribune perché con la palla ovale si sta fianco a fianco senza barriere di vetro o di poliziotti. Si è compreso che la nazionale guida un movimento che non cresce ancora quanto necessario per vincere, ma che nel frattempo ha insegnato a rispettare le regole, sul campo e nella vita, a decine di migliaia di bambini e bambine e ai loro genitori. A includere anche chi non può correre e placcare a tuta velocità perché la sorte ha voluto così, ma non è il caso di arrendersi. Ha insegnato anche a far giocare i carcerati, perché ogni meta porta in dote la speranza. Le vittorie restano e resteranno merce rara, ma il messaggio, quello sì, è arrivato e ha messo radici.

Paolo Ricci Bitti Ultimo aggiornamento: 08:34 © RIPRODUZIONE RISERVATA