Paolo Ricci Bitti
RUGBY SIDE di
Paolo Ricci Bitti

Che batosta all'Olimpico, non vediamo l'ora di tornare

Domenica 23 Febbraio 2014
«Avevi ragione, grazie del consiglio: è stata una bellissima giornata, ci siamo divertiti un sacco. Eravamo in mezzo agli scozzesi e ci siamo scambiati tante battute e anche due magliette. Urca quanto bevono! Che meraviglia l'Olimpico e tutta quella gente nel villaggio. Adesso vogliamo tornare con l'Inghilterra».

Il messaggino Sms di una coppia di amici ignari di rugby mi sveglia dopo la tribolata notte in cui il drop di Weir è rimbalzato mille volte nello stomaco insieme alla cena mandata giù proprio perché si doveva. L'amaro in bocca è sempre quello, non si è attenuato per nulla. Eppure bisogna andare avanti, prepararsi ad affrontare intanto le Forche caudine in redazione perché questa volta non ci sarà – com'è giusto – alcuna pietà.

Ma in realtà è quel messaggino che mi manda nei matti. Ma per deludere i tifosi che cosa devono combinare gli azzurri peggio di quello che hanno fatto contro la Scozia? Il ko stavolta ha fatto male, malissimo, al drappello dei cronisti più avanti negli anni devoluti alla palla ovale. Mi ha ricordato la notte senza meta del 7 aprile 2002, senza meta anche perché avevamo perso 9-45 dall'Inghilterra e non avevamo infilato che tre calci di Dominguez. Una notte passata a ricontare le 14 sconfitte di fila nelle prime tre edizioni del Sei Nazioni. Tre anni, quattordici viaggi a vuoto, quattordici, con la lista delle giustificazioni che alla fine era proprio esaurita. Redazioni, mogli, figli, amici non ne volevano più sapere di questa crociata disperata, senza orizzonti. Com'era duro, quei giorni, tenere duro: sapevi che prima o poi la forza del Sei Nazioni avrebbe fatto fiorire il rugby anche nel deserto italico, ma la fede a volte vacillava.

Comunque anche quella lunga notte era passata, il Sei Nazioni successivo era iniziato con la vittoria a sorpresa (a sorpresa totale) sul Galles e il pellegrinaggio nel Torneo aveva finalmente imboccato il sentiero giusto, per quanto sempre tormentato.

Questa volta però gli azzurri dovevano vincere e non solo perché potevano. Questa volta, contro questa Scozia, era più facile vincere che perdere. Il peso di questa vittoria sarebbe stato enorme e non perché ci si debba accontentare ogni anno di evitare il cucchiaio di legno. Perché avrebbe rappresentato, quel successo, una prova di maturità: il pronostico ti favorisce e tu vinci. Regolare. Così dimostri di essere cresciuto. Non siamo mica ancora anglosassoni che seguono ogni anno il Torneo per tradizione trisecolare, vada come vada. Non siamo mica americani che vanno allo stadio "anche" per vedere il baseball o il football. Oppure, con il Sei Nazioni, ci stiamo trasformando?
All'Olimpico ci dovevano essere parecchie migliaia di neofiti: lo si è capito dall'Inno di Mameli cantato in allegra anarchia, la Nord su una strofa, la Sud su un'altra. Possibile che il ko degli azzurri, maturato in quel modo irresponsabile, non li abbia amareggiati anche se di rugby non sapevano granché? Possibile che per Italia-Inghilterra, il 15 marzo, si vada verso il tutto esaurito dello stadione?

Tifosi (almeno gran parte di essi), sponsor (tutti), tv (adesso tocca a DMax in chiaro) non allargano le braccia, ma anzi le alzano per salutare gli azzurri ancora una volta al tappeto.
Apriamo il dibattito?

twitter: @paoloriccibitti
Ultimo aggiornamento: 23:22 © RIPRODUZIONE RISERVATA