Anna Guaita
QUEST'AMERICA di
Anna Guaita

Sorpresa! Più americani emigrano in Messico, che messicani negli Usa

Mercoledì 19 Giugno 2019 di Anna Guaita
NEW YORK – Ci sono più americani che emigrano verso il Messico che non messicani che vanno negli Usa. Questo il risultato di una ricerca che il presidente messicano Andrés Manuel Lopez Obrador  ha affidato al ministro degli Esteri Marcelo Ebrard. Il dato in realtà era abbastanza scontato, ma finora non si conoscevano i numeri e comunque il governo messicano non ha fatto nulla per punire i “gringos” che restano nel Paese pur dopo che il loro visto è scaduto, nella convinzione che l’immigrazione, legale o no, sia un bene per l’economia del Paese.

Ci sono circa 2 milioni di ex-pats, come si chiamano gli “espatriati” americani, in Messico. Un terzo di costoro sono pensionati, il resto sono individui in età da lavoro, che portano con sè il proprio lavoro come free-lance, o trovano impiego presso società messicane.  In genere si riuniscono in graziose città come Ensenada, Puerto Vallarta, Merida, San Miguel de Allende, ma i più giovani possono preferire la metropoli Città del Messico.

Gli immigrati Usa arrivano in cerca di bel tempo, di spiagge assolate, di una società più calda e accogliente, di prezzi più bassi, di assistenza sanitaria molto più economica che negli Usa. Si adattano facilmente alle scomodità, per esempio a internet che può saltare di colpo, alle possibili interruzioni nell’erogazione dell’acqua, al traffico spesso caotico, alle lentezze burocratiche.

Il quotidiano San Diego Union-Tribune ha intervistato un giovane che è arrivato in Messico in vacanza e ci si è fermato, affascinato dalla socievolezza e dalla calda convivenza: «Se sei povero un giorno ti può mancare il cibo e avrai bisogno che qualcuno ti dia da mangiare, o se ti ammali ti servirà che qualcuno venga a darti una mano. Qui in Messico vedo sempre questo aiuto, questa solidarietà, ogni giorno».

Invece il numero di messicani che tenta di entrare negli Usa è precipitato: negli anni Duemila , si arrivò a un massimo di oltre un milione e mezzo di fermati al confine all’anno, contro i circa 155 mila dell’anno scorso. E anche gli immigrati messicani residenti negli Usa diminuiscono: erano quasi 7 milioni nel 2007, sono meno di 5 milioni ora.

La ragione? L’economia messicana va meglio.  E  gli emigrati sono contenti di tornare a casa e riunirsi al resto delle famiglie. E’ una ricetta che il presidente messicano Obrador sostiene dovrebbe essere applicata anche ai tre Paesi del Centramerica che rappresentano la massa dei clandestini che Trump gli ha chiesto di fermare alla frontiera. Sono famiglie intere che fuggono da Honduras, El Salvador, Guatemala.

Dal Guatemala entrano nel Messico, e poi lo percorrono tutto per arrivare sino agli Usa. I cambiamenti climatici hanno rovinato le loro campagne, la distruzione dell’agricoltura favorisce il dilagare del crimine, delle bande, del narcotraffico. Obrador sostiene che per fermarli invece che la forza ci vorrebbe un “piano Marshall”, come quello che salvò l’Europa dopo la seconda guerra mondiale. Ma al momento pochi gli stanno dando ascolto, nonostante il suo stesso Paese sia un esempio dei miracoli che un’economia più sana e un posto di lavoro sicuro possono fare per fermare l’emigrazione illegale.



  Ultimo aggiornamento: 20:15 © RIPRODUZIONE RISERVATA