Anna Guaita
QUEST'AMERICA di
Anna Guaita

Obama come Reagan: popolarità a picco per la disoccupazione

Domenica 10 Gennaio 2010
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NEW YORK 10 GENNAIO 2010 Kennedy, Nixon, Carter, Bush senior, Clinton e Bush junior. Cos’hanno in comune questi presidenti americani? Ognuno di loro, giunto alla fine del primo anno alla Casa Bianca, godeva di un tasso di approvazione molto più alto di quanto non sia oggi quello di Barack Obama. Nell’elenco manca però un nome importantissimo: Ronald Reagan. L’unico a registrare tassi di approvazione più bassi di Obama fu proprio lui, Ronnie. Durante la campagna elettorale, nel 2008, mi è capitato di sostenere che Barack Obama sembrava l’immagine speculare di Reagan. Obama stesso aveva offerto il destro a una simile valutazione, quando riconobbe che ammirava Reagan per aver «cambiato la direzione del Paese». Entrambi erano grandi oratori, capaci di muovere enormi folle, decisi a portare aria nuova a Washington e a conquistare i moderati del partito avversario (per Reagan si parlò di Reagan Democrats, per Obama il fenomeno è stato semmai quello degli Obama Independents). Solo la valenza politica era opposta: uno conservatore, l’altro liberal. Le circostanze storiche che li hanno portati al potere sono anch’esse molto simili: tutti e due sono arrivati alla Casa Bianca succedendo a un presidente molto impopolare (Reagan venne dopo Jimmy Carter, Obama dopo George Bush junior). Entrambi hanno affrontato subito grandi riforme. Ronald Reagan dovette combattere per tagliare le tasse e riformare il sistema fiscale, ricevendo dai democratici immense critiche per l’allargarsi del deficit federale. Barack Obama si è battuto per adottare provvedimenti di stimolo dell’economia e riformare il sistema sanitario, e ha ottenuto dai repubblicani le stesse critiche per l’allargarsi del deficit. Ronald Reagan era simpatico agli americani, eppure la sua popolarità come presidente scese in picchiata. Barack Obama continua a piacere  ai suoi concittadini, ma la popolarità del suo operato è scesa al punto che in certi sondaggi è sotto la soglia del 50 per cento. Come mai questa impopolarità? Davvero Reagan e Obama sono stati nel loro primo anno tanto peggiori degli altri presidenti, o ci sono motivi speciali che li mettono in una categoria separata? Per tutti e due - la maggior parte degli analisti è d’accordo - la causa di tanta disapprovazione è la stessa: il fatto che entrambi non siano riusciti a sanare velocemente la recessione economica che hanno ereditato dal loro predecessore. Ronald Reagan fu particolarmente sfortunato: l’economia toccò il punto più basso, con il tasso di disoccupazione a quota 9,7 per cento, nel suo secondo anno alla Casa Bianca, proprio nelle settimane in cui gli americani andavano alle urne per le elezioni di metà mandato. Il suo partito ne uscì penalizzato: i repubblicani cedettero 27 seggi alla Camera e un seggio al Senato, dove però riuscirono a conservare la maggioranza. Ovvio a questo punto chiedersi se il parallelo Obama-Reagan continuerà con le elezioni del prossimo novembre. Cosa deve aspettarsi Obama? Ci sono ancora molti mesi prima dell’appuntamento che deve rinnovare l’intera Camera e un terzo del Senato, e Obama potrebbe recuperare un po’ di popolarità se arginerà le nuove avances dei terroristi, se la riforma sanitaria funzionerà, se troverà un accordo con la Russia sulle armi nucleari, se il ”surge” in Afghanistan registrerà qualche successo. Ma oramai tutti conoscono a memoria il ritornello con cui Bill Clinton conquistò la Casa Bianca, It’s the economy, stupid! E come l’economia penalizzò Reagan, l’economia minaccia di penalizzare Obama. Negli ultimi mesi, è vero, si è registrata una lieve ripresa, e tutti sono certi che il peggio sia passato. Ma il tasso di disoccupazione rimane al 10 per cento, un record storico che pesa come un’ancora sulla popolarità del presidente. Gli esperti di trend elettorali valutano che un presidente debba navigare almeno intorno al 60-65 per cento perché la sua popolarità si contagi anche ai candidati nelle elezioni statali. Obama è per ora intorno al 50. E appare improbabile che in questi mesi possa recuperare i livelli di approvazione di cui aveva goduto subito dopo la vittoria alle urne. Per questo è opinione diffusa che a novembre i democratici perderanno seggi sia alla Camera che al Senato. Ma qualche analista avanza l’ipotesi che se il parallelo con Reagan continuerà, allora un'eventuale sconfitta dei democratici potrebbe avere buone ricadute per una rielezione di Obama stesso nel 2012. Secondo questa teoria, infatti, quando Reagan fu penalizzato non potè più portare a compimento le sue riforme più radicali, apparendo più centrista ed equilibrato, e rassicurando l’ala più moderata degli elettori. Così, quando finalmente l’economia riprese il volo, gli americani non ebbero dubbi e lo rivotarono alla Casa Bianca a valanga . Lo stesso potrebbe accadere a Obama: una sconfitta del suo partito gli impedirebbe di continuare sulla strada delle grandi riforme, e la frenata potrebbe tranquillizzare gli elettori che provano simpatia per lui come uomo ma sono spaventati da tanto interventismo federale. Perdere alle elezioni di metà mandato, ma vincere un secondo mandato. Questo fu il tragitto di Ronnie. Vedremo nei prossimi anni se sarà anche quello di Barack, e se il tragitto dei due presidenti continuerà a rimanere speculare, e quanto. Ultimo aggiornamento: 23:38 © RIPRODUZIONE RISERVATA