Anna Guaita
QUEST'AMERICA di
Anna Guaita

Hillary ha vinto. Anzi, no.

Martedì 15 Novembre 2016 di Anna Guaita
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Hillary ha vinto. Cioé: avrebbe vinto se fosse stata candidata in un Paese con il sistema maggioritario. Negli Usa però – per dettato costituzionale – vige il sistema del Collegio Elettorale, come vollero i padri fondatori. Dunque, Hillary non ha vinto.

Il popolo che rifiuta di riconoscere Donald Trump come legittimo presidente degli Usa tuttavia non trova pace. Il fatto che la conta dei voti indichi che Clinton ha ottenuto la maggioranza del voto popolare – uno scarto di 700 mila voti, pari al 47,8 contro il 47,1 di Trump – indigna molti elettori. Sono migliaia quelli che continuano a scendere in piazza per protestare. Sono invece già 4 milioni e mezzo coloro che sono ricorsi alla firma, e che hanno risposto a una petizione che vorrebbe stravolgere il risultato dello scorso 8 novembre.

La petizione, lanciata sul sito Change.org contesta proprio il sistema elettorale americano, che ha permesso che la candidata con più voti popolari venisse sconfitta da quello che ne ha avuti meno. E qualcuno ha notato che solo in America si deve specificare ”voto popolare”. Lo si deve fare infatti per distinguerlo dal “voto elettorale”.  Gli Usa cioè non seguono il nostro sistema maggioritario. Invece seguono un sistema “federale”, creato dai Padri Fondatori nel Settecento, per assicurare che non ci fosse una tirannia degli Stati più grandi contro quelli più piccoli e delle città sulle campagne. A ciascuno Stato viene assegnato un certo numero di “voti elettorali” pari al numero dei senatori e dei deputati che ha al Congresso: i senatori sono sempre due, i deputati sono in proporzione alla popolazione. Dunque certi Stati hanno più “voti elettorali”, come la California che ne ha 55, altri ne hanno meno come il Vermont che ne ha 3. Il candidato che vince la maggioranza in quello Stato, si prende tutti i voti elettorali.

A ogni “voto elettorale” però corrisponde un “grande elettore”. I 55 voti elettorali della California dunque corrispondono a 55 grandi elettori. Costoro, secondo quanto recita la legge federale, si devono incontrare nel lunedì dopo il secondo mercoledì di dicembre (quest’anno l’appuntamento cade il 19 dicembre) per “ratificare” il voto che impersonano, con una cerimonia separata per ogni Stato.

I contestatori che hanno lanciato la petizione però pensano che si possa stravolgere questo sistema, che permette che la maggioranza sia sconfitta da una minoranza. Chiedono cioè che i grandi elettori non mantengano quel che viene chiesto loro e cioè di deporre il voto a favore di chi ha vinto i voti nello Stato, ma a favore di chi ha vinto più voti al livello nazionale. Fanno notare che se agissero così “rispetterebbero la vera volontà popolare”, e comunque subirebbero minime conseguenze, al massimo una multa.

In realtà, non è lontanamente immaginabile che i grandi elettori compiano una rivolta del genere. Anche personalmente penso che non si possa né si debba cambiare i giochi con trucchetti del genere. L’indignazione di coloro che hanno scelto di votare Trump sarebbe legittima.

 
Tuttavia vorrei sottolineare che i numeri provano qualcosa di molto chiaro: non c’è stata una grande rivoluzione elettorale. Trump ha vinto, ma la maggioranza degli elettori americani non è con lui. C’è da sperare che ne sia consapevole, e che abbia il buon senso di non peggiorare le divisioni nel Paese.

  Ultimo aggiornamento: 14:31 © RIPRODUZIONE RISERVATA