Anna Guaita
QUEST'AMERICA di
Anna Guaita

Elezioni: quando l'endorsement ti imbarazza invece che aiutarti

Domenica 1 Maggio 2016 di Anna Guaita
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NEW YORK – Comincia la stagione degli endorsement. Ci sono quelli che aiutano, e quelli che danneggiano, anche se la maggioranza non serve a nulla. E’ una battuta ricorrente di queste primarie che “se gli endorsement servissero, John Kasich avrebbe in tasca la nomination”. Il governatore dell’Ohio ha infatti ammassato il sostegno di numerosi giornali e personalità repubblicane che lo giudicano il più moderato del gruppo e quindi pensano che avrebbe più chances di vincere a novembre contro i democratici. Ma gli è servito a poco: l’unico Stato in cui ha vinto è l’Ohio stesso.
 
E tuttavia, qualche volta gli endorsement servono. Di certo nel 2008 fu decisiva quella di Oprah Winfrey per dare al senatore Barack Obama una bella spinta. Altrettanto importante fu quella di Ted Kennedy, che gli dette la benedizione definitiva. Obama ricevette poi endorsement a non finire, ma – a testimonianza anche di quanto quella sua campagna fosse ben organizzata e disciplinata – riuscì a evitare che i suoi sostenitori uscissero fuori dalle righe, facessero gaffe e lo mettessero nella necessità di distanziarsene.
 
In genere invece succede il contrario: quando i sostenitori di un candidato sono vip abituati a dire e fare quel che vogliono, è difficile tenerli sotto controllo. In questa tornata ad esempio Hillary Clinton avrebbe volentieri fatto a meno degli interventi della ex segretario di Stato Madeleine Albright e della leader femminista Gloria Steinem. La Albright ha fatto una colossale gaffe sostenendo che “ci dovrebbe essere uno speciale posto nell’inferno per le donne che non si aiutano a vicenda”, una posizione subito contestata dalle elettrici dello stesso partito democratico che invece giudicano che il vero femminismo consiste nell’essere davvero libere di votare per chi si vuole. Subito dopo, un altro endorsement imbarazzante, quello della leader femminista Gloria Steinem, che ha insinuato che le ragazze americane appoggiavano il rivale di Hillary, Bernie Sanders, perché “lì ci trovavano i ragazzi”.
 
Ma se Hillary ha avuto i suoi problemi, anche Bernie ne ha avuti, e uno in particolare gli sta costando caro. Susan Sarandon ha infatti creato al senatore un imbarazzo più grande dei vantaggi che il suo endorsement può avere. E’ una legge non scritta, ma universalmente accettata, che ci debba essere una disciplina di partito, soprattutto in un’elezione come questa, in cui il Paese rischia una presidenza Trump. In altre parole: dovrebbe essere scontato che i sostenitori di Hillary Clinton voterebbero Sanders se la nomination andasse a lui, e viceversa. Invece Susan, le cui posizioni sono a sinistra del partito, ha fatto scalpore spiegando che non se la sentirebbe di votare per Hillary e che forse una presidenza Trump sarebbe meglio perché sarebbe “tanto estrema che genererebbe una violenta reazione progressista di base”.
 
Tutti coloro che ricordano come Susan sostenne il “verde” Ralph Nader nella campagna del 2000 si sono sentiti allarmati. E’ una teoria abbracciata da molti analisti che se il candidato del Green Party non avesse sottratto a sinistra i voti del New Hampshire, tutto il can-can della Florida non avrebbe avuto nessuna conseguenza e invece di una presidenza George Bush avremmo avuto una presidenza Al Gore. Ora, l’ipotesi suggerita da Susan – che i sostenitori di Bernie se ne dovrebbero stare a casa a novembre se la nomination andasse a Hillary – causa vivamente un’ansia dello stesso tipo e ha avuto solo l’effetto di distanziare dal senatore gli elettori centristi. C’è anzi chi sostiene che proprio Susan ha contribuito a rafforzare il voto dei moderati intorno a Hillary.
 
Invece, è stato proprio Donald Trump ad assicurarsi un endorsement di indubbio valore. Dopo aver avuto una dose di problemi per aver ricevuto l’endorsement di membri del Ku Klux Klan entusiasti delle sue posizioni razziste, alla vigilia delle primarie dell’Indiana il business man newyorchese ha ricevuto il sostegno del leggendario allenatore di basket Bob Knight. Per gli elettori dell’Indiana Knight è poco meno che un dio, amato e rispettato. E sentirgli dire che Trump è un uomo “di cui ci si può fidare” ha sicuramente lasciato un segno. Se pochi endorsement servono davvero, questo è uno di quelli. Lo hanno riconosciuto anche i democratici: “Bel colpo - ha ammesso Howard Dean, già presidente del Democratic National Committee -. Gli endorsement in genere non generano grandi cambiamenti. Questo sì”.  Ultimo aggiornamento: 01:12 © RIPRODUZIONE RISERVATA