Anna Guaita
BLOG QUEST'AMERICA di Anna Guaita

Camila, la stilista che crea la moda per i non vedenti e i disabili



NEW YORK – Quando pensiamo alla moda, in genere pensiamo ai grandi sarti, alle passerelle, alle foto patinate, alle modelle.

C’è una giovane stilista di origini ecuadoriane, a New York, che la moda invece la vede diversamente: per lei la moda è un mezzo per aiutare le persone malate e i disabili a vivere meglio, a essere più indipendenti, più comodi, più eleganti.

A soli 22 anni, Camila Chiriboga ha già disegnato una collezione per malati di diabete e per pazienti in dialisi, e ha lavorato con sofferenti di paralisi cerebrale. E con questo bagaglio di esperienza alle spalle, ha creato una nuova linea destinata ai non vedenti, con la quale ha recentemente vinto un concorso bandito in collaborazione dalla Parsons School of Design e dalla AARP, la American Association of Retired People.

Il concorso si intitolava “Disrupt Aging Design Challenge”, e invitava i concorrenti a «esplorare creazioni che tengano in considerazione, ripensino e includano le necessità di consumatori di moda più anziani». Inoltre il bando sollecitava ad «abbracciare un concetto di disegno che decostruisca opinioni datate circa cosa significhi invecchiare e vivere bene nella società».

Era una sfida ritagliata sull’ethos professionale di Camila, la cui convinzione è che in un mondo “visuale” come quello in cui viviamo, sia necessario sposare l’estetica alla necessità, e garantire anche ai disabili comfort e stile. Per i non vedenti, spiega la giovane, si devono coniugare anche altri bisogni: «La sicurezza degli abiti, la capacità di ciascun individuo di riconoscerli da sè, e di interagire con essi con facilità».

Per riuscire nel suo intento, Camila ha lavorato con tre clienti non vedenti, Gus, Sammi e Richard (nota: Camila parla dei propri clienti come della sua “comunità”). Chiarendo i bisogni dei suoi clienti, la giovane stilista ha costruito un guardaroba di tessuti facilmente identificabili al tatto, con capi double face e tutti forniti di codici a barre che un cellulare può leggere a tradurre per l’utente.

Ecco dunque che Gus o Sammi o Richard, poggiano i loro cellulari sul capo, e la voce del telefono glielo descrive: «Questa è una felpa pesante, con cappuccio, questo è il lato blu (o verde, o grigio, ecc)».

Potersi scegliere da sé i propri abiti è un passo di indipendenza molto importante per molti non vedenti. Ma anche e soprattutto poterli scegliere sapendo di accoppiarli nel modo appropriato.

«Il mio scopo – ci spiega Camila - era di creare un guardaroba che permettesse alla mia comunità di vivere in modo indipendente, ma anche in modo sano e sicuro, e con fiducia nella propria identità».

Ecco, ho voluto presentarvi il lavoro di Camila, perché pur così giovane ha identificato un settore che può aiutare tanta gente e davvero creare una diversa sensibilità e un rispetto che purtroppo manca. Gus, uno dei tre non vedenti che hanno collaborato con lei, spiega infatti: «In questa società basata sulla vista, sulla visualità, chi ha un handicap è sottovalutato, se non del tutto ignorato».


Ma c’è anche un altro elemento che mi ha commosso nel lavoro di questa giovane dell’Ecuador: è l’esempio di una immigrata che è venuta negli Usa, e ha contribuito a rendere questo Paese migliore. In un’epoca in cui gli immigrati sono guardati spesso con sospetto, talvolta con aperto razzismo, è bene ricordare quanto essi abbiano contribuito e stiano contribuendo a fare grande “quest’America”.

                                                                                                                                                                                            
  Martedì 27 Marzo 2018, 22:13
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1 di 1 commenti presenti
2018-03-28 11:47:27
Anch'io sono un immigrato venuto negli U.S. dall'Italia a rendere migliore sia la mia vita che (spero) anche questo paese con 27 anni d'insegnamento. Gli immigrati negli U.S. non "sono guardati spesso con sospetto e talvolta con aperto razzismo" soltanto perche' provengono da un altro paese. Sono gli immigrati illegali e quelli che vorrebbero che l'America si adeguasse alla loro religione e ai loro mores (alcuni dei quali sono illegali qui negli U.S.) invece dell'opposto che stanno causando, in America come in Italia, un'atmosfera negativa, specialmente perche' tanti di loro sono criminali. Come immigrato legale io mi oppongo all'invasione del mio paese attuale e di quello in cui sono nato da parte di finti profughi e criminali comuni mescolati con quelli che se osservassero le leggi sull'immigrazione sarebbero benvenuti come lo fui io. Perche', cara Anna, per me uno che entra illegalmente in un paese straniero e' un criminale, visto che ci sono in vigore regole e leggi che permettono l'immigrazione a uno che se la meriti davvero e che non abbia precedenti penali. Io son dovuto passare attraverso una lunga trafila burocratica per ottenere un visto per gli U.S., e ho dovuto dimostrare di non avere carichi pendenti o un passato criminale. Tutto cio' che io ed i miei concittadini desideriamo e' che tutti quelli che vogliono divenire residenti e cittadini U.S. facciano lo stesso, invece di cominciare la loro carriera negli U.S. con un atto criminale: il varcarne i confini illegalmente.
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