Anna Guaita
QUEST'AMERICA di
Anna Guaita

Arrivano le biciclette. Ma ai pedoni chi ci pensa?

Lunedì 20 Maggio 2013
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NEW YORK – Dalla settimana prossima, 6 mila biciclette per uso pubblico saranno disponibili a New York per i cittadini e i turisti. Quando il progetto Citi Bike voluto dal sindaco Bloomberg, sarà al completo, le bici saranno più di diecimila. Anche New York, dunque, come già Londra, Parigi, Barcellona, Washington e Montreal adotta l’idea della bici pubblica in affitto  (95 dollari  l’abbonamento annuale, 25 dollari per una settimana, oppure 9.95 per un giorno).  Ma se in generale l’idea di un parcheggio di bici pubbliche mi sembra appropriata in provincia, dove l’obesità regna e la popolazione tende ad andare in macchina anche per comprare il pane all’angolo, paradossalmente mi convince meno in una città come New York e particolarmente qui a Manhattan, spesso afflitta da ingorghi e da un traffico snervante. New York non è città con vecchie tradizioni cicliste, come ad esempio Seattle o Copenaghen, che mi lasciano sempre ammirata sia per il civismo degli automobilisti, sia dei ciclisti. Qui è diventato un po’ un Far West, e le piste ciclabili volute da Bloomberg hanno solo leggerissimamente migliorato la situazione: finisce che le usano i ciclisti responsabili, coloro che comunque non costituiscono un problema. Invece tutta la schiera dei delivery-boys che portano pizze ecc a domicilio pensa che le piste siano un di più, se le vogliono usare (anche andando in senso vietato) le usano, sennò vanno bene anche i marciapiedi o anche pedalare nel lato sbagliato della strada, in senso inverso al traffico. A questi signori, che spesso sono in flagrante violazione del codice della strada perché obbligati a fare un lavoro massacrante in tempi ristrettissimi, si aggiunge un numero crescente  di presuntuosetti che solo per il fatto di usare la bici si credono talmente nel giusto che poi sentono sia loro diritto ignorare il codice, bruciando i semafori rossi, prendendo scorciatoie sul marciapiede, e comportandosi con irritante menefreghismo. Sempre di più, chi ama camminare deve fare una gimkana. Quando attraversi non sai mai se sta arrivando un ciclista lanciatissimo dalla parte sbagliata. E pure quando te ne stai sul marciapiede, non sai se dietro ti sta per doppiare un ciclista (o magari  un  ragazzo su uno skate-board: sapete quante caviglie rotte per scontri fra pedoni e skaters?).  Si osannano tanto i bravi ciclisti che usano un mezzo ecologico, lasciando l’auto parcheggiata. E anche io li ho ammirati e difesi (c’è stato un periodo in cui Bloomberg li trovava insopportabili e ha reso loro la vita dificile). Ma mi sembra che ben pochi difendano chi preferisce camminare. Anche i pedoni non inquinano, ma non ho ancora visto nessuno plaudire al loro sforzo di usare le gambe anziché l’automobile. Né tantomeno ho visto proposte per proteggerli dalla  diseducazione dei ciclisti. Quella di Bloomberg è una scommessa. In teoria è interessante e simpatica. E mi auguro che si riveli un bel successo. Ma avrei davvero voluto vedere una migliore organizzazione e un deciso impegno per ricordare a tutti i ciclisti, siano essi studenti di NYU, pizza boys o turisti, che i sensi unici esistono, che i marciapiedi significano proprio questo “luogo su cui marciare con i piedi”, e che se il semaforo è rosso vuol dire STOP.            Ultimo aggiornamento: 22:27 © RIPRODUZIONE RISERVATA