Giorgio Ursicino
MilleRuote
di Giorgio Ursicino

Morto Cesare Romiti, il manager che nel secolo scorso cambiò le relazioni industriali e sindacali in Italia

di Giorgio Ursicino
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Martedì 18 Agosto 2020, 11:51 - Ultimo aggiornamento: 3 Marzo, 11:43

Un economista più che un ingegnere. Quindi un manager più abile nelle strategie finanziarie che in quelle industriali. Eppure, per il suo carattere risoluto e decisionista, la sua grinta e lo spirito combattivo, gli hanno consentito di essere l’uomo che ha inciso di più nell’apparato industriale italiano alla fine del secolo scorso, dal sindacato che comandava in fabbrica e il terrorismo delle Brigate Rosse, ad una nuova era nelle relazioni fra operai ed imprenditori. Con il suo compagno di scuola e poi grande manager come lui Mario Schimberni iniziò alla Bombrini Parodi Delfino di Colleferro vicino alla sua Roma.

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Scalata rapida nella divisione finanziaria fino alla fusione con la Snia Viscosa di cui Romiti è protagonista in gran segreto, tenendo all’oscuro anche il suo “amico” (aveva tenuto a battesimo suo figlio...) e responsabile dell’amministrazione e del controllo Schimberni che scoprì la cosa dai giornali. Una dimostrazione che negli affari bisogna essere cinici e non si può farsi troppo influenzare dai rapporti personali. Quella trattativa, effettuata sotto la regia di Mediobanca, fu le svolta della sua carriera perché gli permise di conoscere e farsi molto apprezzare da Enrico Cuccia, protagonista assoluto della finanza italiana.

Con il suo appoggio riuscì ad avere un ruolo di primissimo piano in Fiat, quasi uguale a quello degli Agnelli. Due grandi allenti con cui è stato quasi sempre in sintonia (l’Avvocato e il numero uno di Piazzetta Affari) che non gli evitarono di lasciare in Lingotto nel 1998 in pessime acque dopo aver cavalcato i ruggenti anni Ottanta capaci di aprirli le porte della presidenza. Epiche le sue battaglie. Con Ghidella, con De Benedetti. Soprattutto con Umberto Agnelli con cui non scoppiò mai un gran feeling. Quasi 25 anni da sovrano torinese, prima come amministratore delegato e poi (gli ultimi due) come presidente, il secondo non della famiglia Agnelli a ricoprire quella prestigiosa carica.

Poltrona sulla quale pochi avrebbero voluto sedere in quel periodo di forti pressioni e influenze del sistema bancario per la posizione finanziaria traballante appena pochi anni dopo un grande boom e molto per decisioni sue. All’inizio degli anni Ottanta toccò l’apice per il cambiamento dell’industria italiana, non solo quella Fiat. Dopo anni di lotta durissima, a botte di migliaia di posti di cassa integrazione e minacce di corposi licenziamenti, la marcia dei 40 mila su Torino segnò la svolta. Romiti contro tutti, per contrastare il condottiero romano erano in trincea, oltre la Cigl di Lama, anche il potente Partito Comunista guidato da Enrico Berlinguer.
 
 

Gli anni Ottanta furono gli anni dalla rinascita, della “diversificazione” per Fiat. Ma fu anche il periodo del braccio di ferro con Ghidella, il responsabile dell’auto che voleva maggiori risorse per gli investimenti tanto da voler diventare ad lui. Inutile dire che il “combattimento” lo vinse Romiti, ma quella forse fu l’inizio della fase calante che portò quasi al fallimento e non fece uscire il super manager tra squilli di tromba. L’epopea di Romiti ricorda molto quella più recente di Marchionne.

Per certi versi simili come carattere (decisionisti come i veri leader), ma condottieri che hanno lasciato l’industria dell’auto italiana in uno stato profondamente diverso. Romiti nel 1998 uscì con un’azienda automotive provata nella finanza, con un portafoglio prodotti inadeguato e mercati insufficienti. Marchionne da quelle macerie, con inventiva e coraggio, ha costruito un’azienda globale molto solida con cui gli Agnelli stanno diventando i principale azionisti di Stellantis, il terzo costruttore del mondo.

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