Giorgio Ursicino
MilleRuote
di Giorgio Ursicino

Auto, cambia tutto: la mobilità del futuro nasce sulle nuove piattaforme da decine di miliardi

Una piattaforma di auto elettrica
di Giorgio Ursicino
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Giovedì 24 Giugno 2021, 09:50 - Ultimo aggiornamento: 12 Agosto, 18:07

Piattaforma. Ma anche architettura. O pianale. Ognuno la chiama a modo suo. Il significato, però, è per tutti lo stesso: la base tecnica da cui possono sbocciare diversi, anzi numerosi, veicoli. Più sono profonde queste fondamenta, più corposo può essere il numero di vetture che ne sfrutta le qualità. E, quindi, si permette di sfoggiare performance che diventano un riferimento da tutti i punti di vista. «Dove vai se la piattaforma giusta non ce l’hai?». Oppure, è il caso di dire, «no pianale, no party...». Fra i tanti, qualcuno obietterà: «Sai che novità, le vecchie auto endotermiche, che bruciano senza ritegno oro nero, sono decenni che utilizzano le piattaforme». Il rilievo è giusto, ma più nella forma che nella sostanza. Le vecchie architetture dei motori a scoppio costavano, fra progettazione e industrializzazione, qualche miliarduccio. E, al massimo, potevano dare supporto a veicoli di segmenti limitrofi. Adesso cambia tutto. La rivoluzione epocale scatenata dalla transizione ecologica, che ha nel mirino una mobilità completamente “carbon free”, travolge anche il vecchi limiti dei pianali ed apre ad opportunità con orizzonti infiniti per la nuova mobilità. Flessibilità e modularità sono le parole d’ordine. Il vero cambiamento può essere tale solo se profondo, integrale. Prima, al balzo generazionale dei veicoli, quando si progettava una nuova base, bisognava sempre rispettare dei vincoli che i tecnici non potevano in nessun modo ignorare. Sì, la piattaforma cambiava, ma c’erano dei punti fermi da seguire, dati da propulsori o trasmissioni che non era il caso di stravolgere. Se un pianale poteva essere valido per due o, anche, tre generazioni di auto, l’architettura di una famiglia di propulsori poteva anche durare due o più edizioni di piattaforme. Lo schema base dei più famosi motori a scoppio è stato salvaguardato per più di trent’anni. Un’eternità. Ora l’approccio è totalmente diverso, forse è la prima volta che un’occasione del genere capita in oltre un secolo di storia dell’auto. Il cambio marcia è così fulmineo che, non solo si può, ma addirittura si deve, partire da un foglio bianco. Non esistono più la “antiche” e ingombranti trasmissioni, i rigidi e pesanti propulsori e questo fatto dà agli ingegneri la possibilità di variare anche il layout più intimo dell’auto. Inventando nuove forme, un’aerodinamica più spinta e quella bolla vivibile dell’abitacolo concettualmente diversa che offre ai passeggeri un habitat differente. Una piattaforma elettrica non ha neanche un punto in comune con il passato e i costruttori stanno investendo, non 3 o 4 miliardi ciascuna, ma diverse decine di miliardi. Il bello è che, a fronte di spese maggiori, sono finalmente convinti di incrementare anche i ritorni e ridisegnare l’automotive come un settore all’avanguardia sul quale investire perché uno dei migliori per retribuire il capitale. Una storia antica quanto l’uomo, l’unica soluzione per crescere veramente. Quanto può valere il consenso e la spinta di ecologisti e decisori pubblici al cambio “rapido” del quasi miliardo di veicoli inquinanti che intasano le strade del pianeta? Tanto. Tantissimo. Per il momento sembra che chi ci mette il naso parteciperà alla divisione di una torta del valore di 5.000 miliardi. Ci sarà pure il rovescio della medaglia, qualche punto critico? In realtà no. L’unico tallone di Achille è l’ingombro e il peso delle batterie che però fa brillare gli occhi alla fantasia dei tecnici. Le dimensioni e la massa, infatti, sono estremamente malleabili. Gli accumulatori sono composti da piccole celle raggruppate in flessibili moduli che possono assumere le forme più diverse, migliorando la distribuzione dei pesi, il baricentro e lo spazio a bordo. In pratica, possono andare ad occupare i punti morti e non il cuore del veicolo come pretendevano i vecchi, e rigidi, organi meccanici. La fase moderna dell’elettrificazione spinta (vetture che in ogni caso hanno una spina di ricarica) è partita nel 2010 ed ha subito un accelerazione nel 2015 dopo i “problemini” avuti dal diesel che hanno convinto tutti i costruttori a voltare pagina. Adesso, dopo poco più di un lustro di lavoro duro, fioriscono le prime piattaforme esclusivamente elettriche che, a prima vista, sembrerebbero non offrire cose completamente diverse da quelle “multi energia” che sgomitano già da qualche anno. Chiaramente non è così. Partire da zero dà opportunità enormi che l’automotive ha sfruttato per fare due grandi passi anche in altre direzioni. Una è la connettività totale. L’altra la guida autonoma. Due rivoluzioni che vanno di pari passo con quella delle emissioni e che renderanno i veicoli del domani solo dei lontani parenti di quelli di ieri. Gli obiettivi che si è posto il settore sono alti. Altissimi. E incontrano consenso e supporto unanime. Come non era mai avvenuto finora. Zero inquinamento acustico, zero emissioni (dalle materie prime fino al riciclaggio finale) e zero vittime della strada. In qualsiasi modo la si pensi, davvero non è poco.

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