Giorgio Ursicino
MilleRuote
di Giorgio Ursicino

Addio a Dieter Mateschitz, l'inventore della Red Bull che scoprì Vettel e Verstappen

Ci ha lasciato Dieter Mateschitz, l'inventore della Red Bull
di Giorgio Ursicino
3 Minuti di Lettura
Lunedì 24 Ottobre 2022, 11:49 - Ultimo aggiornamento: 26 Ottobre, 09:38

L’intera Formula 1 piange Dietrich Mateschitz, un “self made man” diventato imprenditore di successo che ha lasciato un segno indelebile nella storia della velocità e in tutti gli sport estremi. Autentico mago del marketing del quale conosceva i più reconditi segreti, l’inventore della bevanda globale abbinò sempre il suo marchio alle imprese coraggiose tento da diventare un autentico simbolo del coraggio e dell’incoscienza. Ma la sua strategia era vincente: più spendeva in sponsorizzazioni, più la sua Red Bull acquistava notorietà, moltiplicando gli utili. Alla fine, il suo impero dove non tramonta mai il sole vale diverse decine di miliardi ed ha oltre 23 mila dipendenti. Per chi ama le sfide, la F1 ha un fascino irresistibile e Dietrich decise di fare il grande passo quasi vent’anni fa quando ormai non era più un bambino.

Nel 2004 acquistò il team Jaguar iniziando un avventura entusiasmante. L’anno successivo la seconda mossa, anticipando la strategia della squadra “satellite”. Per raggiungere l’obiettivo di acquisire la squadra di Faenza poi ribattezzata Toro Rosso, un’altra scelta che ha caratterizzato il suo agire: si fece aiutare da Gerhard Berger, uno dei suoi apprezzati connazionali. Un altro fu Helmut Marko, vincitore di Le Mans che perse un occhio in un gran premio per un sasso che perforò la sua visiera. Helmut è tuttora uno delle punte di riferimento del team di Salisburgo, responsabile della gestione piloti e consigliere personalissimo del grande capo. Mateschitz, infatti, non entrò certo nel Circus per notorietà personale.

Uomo schivo e concreto, è sempre andato pochissimo in pista ed aveva la visione strategica proprio attraverso il connazionale Hemult. Altra dote del guru era la straordinaria capacità di scegliere gli uomini. Volle il principe dei progettisti, Adrian Newey, che già aveva vinto tutto in F1 e continuò a farlo con la Red Bull. E puntò sulla grinta giovanile di Chistian Horner, un team principal con i pantaloni corti. Il triunvirato Marko-Newey-Horner presto si trasformò in un dream team capace di caratterizzare un’epoca. Helmut si dimostrò un talent scout formidabile, scoprendo due dei campioni più cristallini dell’era moderna: Sabastian Vettel (quattro titoli mondiali consecutivi) e Max Verstappen, il baby prodigio che di Campionati ne ha già vinti due.

Mateschitz non era solo Formula 1, adorava tutti gli sport, non solo quelli molto estremi. Nello stesso periodo in cui entro in F1, tentò l’avventura in Nascar ed acquistò la squadra di calcio dell’Austria Salisburgo che, guarda caso, cambio passo. Ha fatto investimenti sportivi anche negli Stati Uniti e in Brasile e rilancio alla grande il circuito di Zetelweg ribattezzato Red Bull Ring. La sua grande passione erano gli aerei e ne possedeva diversi, anche d’epoca, che guidava personalmente.

Nato a Sankt Marein im Mürztal, in Stiria, nel maggio del 1944 quando la guerra volgeva al termine, era figlio di due maestri di scuola. La sua vita fu subito tumultuosa nel settore del marketing americano, considerato il massimo della vita. Lavorò per la Unilever e per la Procter & Gamble prima di fondare, nemmeno 40 anni fa, la sua Red Bull (nel 1984) al socio thailandese Chaleo Yoovidhya (per Dietrich il mondo era il giardino di casa).

© RIPRODUZIONE RISERVATA