Riccardo De Palo
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Riccardo De Palo

Noi, soli nel deserto ad aspettare i Tartari: il capolavoro di Buzzati 80 anni dopo

Domenica 7 Giugno 2020 di Riccardo De Palo
Quando, nei mesi del confinamento, eravamo chiusi nella Fortezza Bastiani delle nostre case, pronti a fronteggiare un nemico invisibile, il pensiero di molti è andato al Deserto dei Tartari. Soli, alla finestra o sul balcone, in cerca di un segnale dall'esterno, o seduti davanti alla televisione, in attesa del bollettino quotidiano dei contagi, eravamo come Giovanni Drogo e il tenente Simeoni, che spiavano con un binocolo le brume del Nord, credendo di vedere i prodromi di un attacco imminente.

Il prossimo 9 giugno, saranno ottant'anni dalla pubblicazione del romanzo più noto di Dino Buzzati: un libro che indaga in profondità sulla natura del tempo, e che proprio per questo sembra scritto ieri. Dal 1928 Buzzati lavorava come cronista al Corriere della Sera, ed era spesso impegnato in orari notturni. Non tutti sanno che, dopo la chiusura della prima edizione dei quotidiani, in redazione resta uno sparuto drappello di giornalisti, impegnati ad aggiornare le pagine. Si vive in attesa della notizia sensazionale, del miracolo, che non arriva quasi mai. Lo stesso Buzzati ha ammesso di essersi ispirato alla «monotona routine redazionale notturna» che faceva a quei tempi: «Molto spesso avevo l'idea che quel tran tran dovesse andare avanti senza termine e che mi avrebbe consumato così inutilmente la vita». In un racconto da Le notti difficili, intitolato non a caso L'alienazione, l'autore scrive una lettera di protesta al suo direttore, perché ha trovato sul giornale un articolo firmato da lui, ma che in realtà non ha mai scritto. Quando arriva in redazione, apprende con stupore che il dottor Buzzati è già nel suo ufficio; deve compilare dei moduli per andarlo a trovare, e quando sale trafelato le scale, si trova davanti un altro se stesso: lo trova odioso.

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Trasporre la propria esperienza personale, in un ambiente militare, con il tempo scandito in maniera ferrea da usanze e regolamenti, è risultato naturale all'autore de Il deserto dei Tartari. Mentre in tutto il mondo risuonavano tamburi di guerra (scoppiata in Italia il giorno successivo alla pubblicazione del romanzo), Buzzati immaginava la storia di un giovane ufficiale, assegnato a un fortilizio che costituiva l'ultimo bastione di difesa del confine settentrionale, in una zona montuosa, desertica, desolata. L'autore è stato spesso paragonato a Franz Kafka; ed è difficile non vedere analogie tra Il castello dello scrittore praghese e la fortezza che delimita il deserto dei Tartari. Così come il primo risulta irraggiungibile, in un percorso che sembra non avere mai fine, la seconda è in balia di un attacco imminente, che non si verifica mai, e lega in maniera indissolubile i protagonisti alle mura a cui sono stati assegnati. Quando l'azione finalmente arriva, è ormai troppo tardi, e resta l'amara sensazione di avere sprecato l'intera giovinezza in vani sogni di gloria.

Il paragone, però, non sarebbe piaciuto all'autore. «Da quando ho cominciato a scrivere - ha ammesso una volta Buzzati - Kafka è stato la mia croce. Non c'è stato mio racconto, romanzo, commedia dove qualcuno non ravvisasse somiglianze, derivazioni, imitazioni o addirittura sfrontati plagi a spese dello scrittore boemo». 

Come il protagonista del suo romanzo più noto, anche Buzzati ha visto dissolversi, davanti ai suoi occhi, i traguardi sperati. La critica, che faticava a incasellarlo in una delle mode letterarie del tempo, è stata molto avara con lui (ben più ampia è stata la sua fortuna in Francia); e solo più di recente gli è stato riconosciuto il posto che merita, nella narrativa del Novecento. Eppure, il Nobel J.M. Coetzee si è ispirato a lui per Aspettando i barbari. E qualcosa di Buzzati si ritrova anche nella fantastica barriera settentrionale del Trono di Spade.

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A noi lettori, resta la magia di un capolavoro letterario, che riesce a raccontare ad un tempo, con una storia semplice ed emblematica, la vanità delle aspirazioni umane e la piccolezza delle nostre vite. Tempus fugit, scriveva Virgilio. Gli antichi greci (con la stessa amarezza) avevano descritto Kronos, il dio del tempo, come un essere immondo, che pur di non perdere potere, divorava i suoi figli. Anche la Fortezza Bastiani incatena i suoi occupanti in una sorta di maleficio, che li costringe a gettare via le proprie vite. Fuggire è impossibile, poiché quel luogo è capace di inghiottire «i giorni uno dopo l'altro, con velocità vertiginosa».

Per il celebre film tratto dal romanzo nel 1976 - con Vittorio Gassman, Philippe Noiret, Giuliano Gemma, Max von Sydow, Jacques Perrin - Valerio Zurlini si spinse fino al deserto iraniano, e alla gigantesca fortezza di Arg-e Bam, e usò per le riprese pure la vicina cittadella abbandonata sull'antica via della seta (che nel romanzo non c'è). Anche un simile sito favoloso, designato patrimonio Unesco, non ha saputo reggere alla tirannia del tempo: dopo il terremoto del 2003, la «più grande struttura di mattoni al mondo» è rimasta distrutta, ed è stata ricostruita di recente. Ultimo aggiornamento: 18:57 © RIPRODUZIONE RISERVATA