Riccardo De Palo
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Riccardo De Palo

Nel "Quichotte" di Rushdie la televisione è l'oppio dei popoli

Sabato 6 Giugno 2020 di Riccardo De Palo
Con il suo nuovo romanzo, Quichotte, Salman Rushdie riparte dagli albori della narrativa moderna, scaraventando il personaggio di Miguel de Cervantes nell'America di oggi. Il Cavaliere dalla triste figura perde la ragione, non già per l'eccesso di epiche letture, ma per l'overdose di programmi televisivi, che portano a non capire più la differenza «tra realtà e reality». Il cuore di Quichotte (la grafia è quella dell'opera di Massenet) non è stato rubato da una gentildonna di nome Dulcinea, bensì da una star del piccolo schermo, Salma R., di origini indiane come il protagonista e con un nome che ricorda quello dell'autore.

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Il romanzo dello scrittore de I versi satanici è un sofisticato esercizio di virtuosismo, una riflessione divertita (e divertente) sulla natura della narrativa e della fiction. Quichotte è il parto della fantasia di uno scrittore di spy-story fallito, Sam DuChamp, con radici a Bombay, che decide di affidare al suo personaggio il «tentativo estremo di attraversare la frontiera che separa la cultura bassa da quella alta». Il cavaliere errante è un anziano signore, filiforme come le sculture di Giacometti; giunto alla fine di una carriera di informatore medico, sempre in viaggio da una città all'altra, per promuovere un farmaco a base di oppiacei, Quichotte (anzi, Ismail Smile, come si fa chiamare sul lavoro), affronta un viaggio ai confini della realtà, in un metaromanzo in cui la finzione crea altra finzione.



L'autore (Rushdie) immagina uno scrittore (DuChamp) che scrive Quichotte; l'eroe appena creato si immagina di avere un figlio, chiamato Sancho; quest'ultimo mette in moto anche lui l'immaginazione, ed ecco apparire nelle pagine il grillo parlante di Pinocchio, che si esprime (nel testo originale) in un discreto italiano. Sarebbe impossibile elencare tutte le citazioni, da Hans Christian Andersen a Arthur C. Clark, da Douglas Adams alle canzoni di Paul Simon. Nel picaresco girovagare on the road di padre e figlio, nell'America profonda, finiamo in un paesino di nome Berenger - che richiama il personaggio caro a Ionesco - e non ci stupiamo nell'apprendere che il gestore del motel si chiama proprio come il drammaturgo de Il rinoceronte, e che molti in paese hanno il vizio di trasformarsi in minacciosi mastodonti, con conseguenze esilaranti.

La commedia dell'assurdo si dipana di capitolo in capitolo, in un caleidoscopio di storie parallele e di personaggi secondari, con un sentore apocalittico, iniziatico, metafisico. La bella Salma dipende dai farmaci che la premiata ditta ImSmile le provvede (come molti americani oggi); ed è persino troppo scoperta la metafora della televisione oppio dei popoli. Ma, in fondo, l'importante è non spegnere mai la fantasia, continuare a immaginare giganti dove si trovano soltanto mulini a vento, pena la fine dello stesso mondo in cui stiamo vivendo. Ultimo aggiornamento: 20:57 © RIPRODUZIONE RISERVATA