Riccardo De Palo
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Riccardo De Palo

Ildefonso Falcones: «Io, "Il pittore di anime" e la mia lotta contro il cancro»

Lunedì 23 Settembre 2019 di Riccardo De Palo
Combattere, nella vita come nella finzione romanzesca, secondo Ildefonso Falcones: «Ho iniziato questo libro quando godevo di buona salute - si legge sin dall’epigrafe iniziale de Il pittore di anime - e ho messo il punto finale battendo sui tasti con mille spilli piantati nei polpastrelli a causa di una grave malattia». Lo scrittore spagnolo, 60 anni, reso celebre da La cattedrale del mare ha dedicato il suo ultimo lavoro «a chi lotta contro il cancro, e anche a quanti ci aiutano, ci incoraggiano, soffrono con noi e, a volte, devono sopportare la nostra disperazione». Con la voce roca, il volto scavato di chi deve affrontare una durissima battaglia, Falcones ci racconta - poco prima di salire sul palco di Pordenonelegge (che si è chiuso ieri) - il suo ultimo, intenso romanzo storico, ambientato nella Barcellona di inizio Novecento, quella di Antoni Gaudí e Lluís Domènech i Montaner, tra rivolte operaie, orribili attentati e sanguinosi atti di repressione. Una storia d’amore travagliata e piena di colpi di scena, con due protagonisti, Dalmau ed Emma, che affrontano una vera e propria discesa agli Inferi.

È impossibile non associare le loro traversie al calvario personale vissuto dall’autore, durante la stesura, lo sa?
«La dedica di solito tende a riflettere certi sentimenti nei confronti di una persona che stimiamo o apprezziamo, o di una situazione che stiamo vivendo. Renderci conto che ci sono persone che vengono a tenderci una mano, ad aiutarci, ci spinge a ringraziamenti di questo tipo. Le avventure di Dalmau ed Emma le avevo immaginate prima: ho iniziato a scrivere questo romanzo quando stavo bene e la sceneggiatura, quella sorta di copione che preparo sempre, già c’era: cerco sempre di fare in modo che le mie opere non riflettano situazioni personali. La lotta che Dalmau ed Emma devono affrontare è terribile, ma penso che la mia sia ancora più dura...»

Perché?
«Loro, in tutto il romanzo, hanno pur sempre la possibilità di scegliere, in qualsiasi momento, se abbandonare la lotta. Io invece non posso fare questa scelta, devo continuare a combattere finché non mi riterranno guarito; credo che sia questa la differenza fondamentale».

Le auguriamo di vincere la sua battaglia molto presto.
«Grazie».

Come mai ha scelto di misurarsi con il primo Novecento di Barcellona?
«C’erano già alcuni romanzi ambientati in questo periodo storico - come La città dei prodigi di Eduardo Mendoza, e anche altri che hanno avuto meno successo: credo che sia uno scenario meraviglioso per un romanzo i cui ingredienti principali siano l’amore e la passione. Inoltre credo che questo scenario offra una vistosa contraddizione tra l’opulenza, la ricchezza smisurata esibita dalla borghesia, e le condizioni di miseria in cui invece vivevano i lavoratori. Scaturiscono da qui le tensioni sfociate nella famosa Settimana Tragica (gli scontri sanguinosi del 1909, ndr.)».

Nel suo romanzo, le masse proletarie se la prendono con la Chiesa, piuttosto che con coloro che li hanno ridotti in quello stato.
«Se c’è qualcosa che ha suscitato sorpresa, in me e negli studiosi che se ne sono occupati, è proprio questo. A Barcellona a quel tempo c’erano 140 mila operai in rivolta, guidati da diversi personaggi - prostitute, ladri, delinquenti comuni - ma nessun vero leader capace di organizzare la protesta; e in ogni caso questi gruppi rivolgevano la loro rabbia esclusivamente verso il clero. Sinceramente, non sono riuscito a trovare una ragione plausibile».

Quali sono i suoi autori di riferimento? È difficile leggere “Il pittore di anime” e non pensare a scrittori come Hugo e Dumas.
«Sì senz’altro Victor Hugo, ma anche Il conte di Montecristo, i romanzi di Dumas. Ho sempre amato tantissimo il romanzo d’avventura. Se mi chiedessero in che epoca mi piacerebbe vivere, risponderei: in quella de I tre moschettieri. Un mondo caratterizzato da guerre, intrighi della monarchia, donne, passioni di ogni tipo. Non può non riempirmi di soddisfazione il paragone con questi grandi autori, anche se non credo di essere alla loro stessa altezza».

Quale messaggio ha voluto comunicare ai suoi lettori? 
«Non ho la pretesa di dare lezioni: da lettore, concepisco il romanzo come puro intrattenimento; ed è questo che voglio offrire a mia volta nei miei libri, con in più uno sfondo accattivante, ben costruito, mai banale, molto documentato. Ma se volessimo a tutti i costi trovare un messaggio, sarebbe indubbiamente un invito a combattere, come i miei personaggi». Ultimo aggiornamento: 16:55 © RIPRODUZIONE RISERVATA