Riccardo De Palo
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Riccardo De Palo

Frédéric Beigbeder: «Vi racconto il mio viaggio alla ricerca dell'immortalità. Ridendone un po'»

Lunedì 12 Agosto 2019 di Riccardo De Palo
Frédéric Beigbeder
Frédéric Beigbeder è uno scrittore francese con un passato (ingombrante) nel mondo della pubblicità. Provocatore, buon amico di Michel Houellebecq, a 54 anni è tornato in libreria con Una vita senza fine, il resoconto in forma romanzata di un'inchiesta sulle moderne tecniche di longevità e ringiovanimento cellulare. Tra i suoi libri, spesso autobiografici, Memorie di un giovane spostato (1990), Lire 26.900 (2001) sulla pubblicità, L'amore dura tre anni, Un romanzo francese (premio Renaudot 2009).

Una vita senza fine è il resoconto, provocante e umoristico, di un'inchiesta condotta dall'autore per tre anni. Il protagonista del romanzo va a Tel Aviv per incontrare il dottor Yossi Buganim, che studia le terapie con le cellule staminali, ma è ancora perplesso: «A volte si comportano in maniera aberrante»; prenota il sequenziamento del genoma per tutta la famiglia a Ginevra; si fa ricoverare in Austria nella spa preferita dalle celebrità; negli Stati Uniti incontra il biotecnologo André Choulika, che difende la clonazione umana; si reca nell'Harvard Medical School tra i ricercatori esperti in inversione dell'invecchiamento; incontra il discusso biologo Craig Venter, nell'ospedale che sembra «la scuola degli X-Men». Frédéric Beigbeder insegue tutti questi sogni con la sua aria da perenne giovanottone.

In Austria cerca, nientemeno, di diventare un superuomo, accompagnato da un robot. Ce la spiega?
«Quando scrivo, mi è sempre piaciuto farlo con una buona dose di autoironia. Se una persona che ha paura di morire va in una clinica sperando di vincere sulla morte, chiaramente commette un'idiozia, e bisogna prenderla in giro. La scena in cui mi nutro di broccoli e tofu e sono sottoposto a clisteri continuamente, mentre il robot rimorchia una delle ospiti del centro, serve a spiegare come questo desiderio di eternità sia assolutamente ridicolo».

Il robot offre infiniti spunti di riflessione sull'intelligenza artificiale.
«Questo tema è importante. Esiste una ideologia, Gafa, come la chiamano in America, che sta per Google, Amazon, Facebook e Apple: una sorta di utopia dei supereroi, degli Avengers. Un'ideologia in fondo molto vicina al nazismo, con questa idea di una razza superiore. È come se l'uomo fosse troppo debole e lo si dovesse per forza modificare. Gli smartphone sono forse la prima tappa di questa trasformazione; ma segnano anche la nostra disumanizzazione: cercando di essere migliori, si finisce per diventare peggiori».

Il suo è un romanzo, un libro-inchiesta, un saggio, un racconto umoristico o un genere del tutto nuovo?
«Da un lato è certamente fantascienza come Frankenstein di Mary Shelley, ma al contempo è tutto vero, racconta un'inchiesta che mi ha portato a parlare con persone reali. Ne vado molto fiero: io non sono un medico, eppure da quando questo libro è uscito nessuno ha potuto rimproverarmi di avere scritto inesattezze».

Lei cita Mark Twain: La differenza fra la finzione e la realtà è che la finzione deve essere credibile. Come fare quando la realtà non lo è più?
«Se la scienza supera l'immaginazione, bisogna fare in modo che il romanzo suoni verosimile. Per esempio, quando mi sono recato alla Medical School di Harvard e ho incontrato il più famoso genetista al mondo, George M. Church, che mi ha spiegato il suo lavoro per riportare in vita i mammut, bene: è delirante, ma è tutto vero. Oppure pensiamo al professor Shin'ya Yamanaka, che ha ricevuto il Nobel per la medicina nel 2012, per avere scoperto che le nostre cellule possono essere ringiovanite».

Il sogno dell'intera umanità. 
«Sì, pensiamo a Dorian Gray, a Dracula, a Faust, a Gilgamesh: da sempre i romanzieri immaginano quello che il professor Yamanaka fa nella realtà».

Una serie tv, Altered Carbon, immagina un futuro in cui le persone facoltose possono tramandare la propria esistenza in corpi clonati a piacimento. Uno scenario credibile?
«La mia inchiesta mi ha portato alle stesse preoccupazioni. Questi esperimenti costano un'enormità e quindi potranno approfittare di maggiore longevità soltanto i miliardari. Non si scatenerà solo una guerra tra ricchi e poveri, ma anche tra giovani e vecchi: pensiamo alle trasfusioni che fanno agli anziani, in un istituto californiano, per farli ringiovanire. Assisteremo a delle situazioni tipo Walking Dead. Ma, soprattutto, mi sono reso conto che per diventare immortali bisognerà cessare di essere umani, dovremo trasformarci in macchine, oppure in un ibrido».

Cosa pensa, appunto, dei transumanisti, che vogliono "migliorare" l'uomo?
«La peggiore guerra sarà quella tra umanisti e transumanisti e, quando scoppierà, saremo costretti a scegliere da che parte stare. Tra i primi ci sono i cristiani, che pensano che Dio si è fatto uomo, mentre i secondi ritengono che l'uomo debba farsi Dio».

Lei scrive che l'uomo moderno è un insieme di 75.000 miliardi di cellule che aspirano a essere convertite in pixel.
«Credo che il narcisisimo digitale nasca da un'angoscia metafisica. È questo che ha fatto la fortuna di Mark Zuckerberg: tutti vogliono essere star, pensano di diventare eterni grazie a un selfie. Parafrasando Cartesio: ho dei like, dunque sono. Questa follia generalizzata da un lato mi diverte, ma dall'altro mi fa paura».

Nel libro lei a un certo punto mostra la Bibbia di Gutenberg a sua figlia e le dice: È importante che ti ricordi questo momento, presto i libri scompariranno. Ne è davvero convinto?
«Spero di sbagliarmi, ma è vero che volevo mostrarle l'esemplare di Bibbia che si trova a Ginevra perché potesse vedere il primo libro: essendo molto giovane, forse nella vita vedrà anche l'ultimo. La gente legge sempre meno e, come dicono scrittori americani come Bret Easton Ellis, la letteratura è morta».

Lo pensa anche lei?
«Mi batterei fino all'ultimo respiro perché possa sopravvivere ma è minacciata come gli elefanti d'Africa».

Ora, però, ha abbandonato la pubblicità per vivere di questo.
«Ho lasciato delle cose che funzionano benissimo per orientarmi su qualcosa che è in via di estinzione; l'ho fatto perché mi rende felice; ma mi sento un po' come un panda o un dinosauro» Ultimo aggiornamento: 16:10 © RIPRODUZIONE RISERVATA