Niccolò Agliardi
Diario di un Superficiale
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L'inutilità della "ciliegina della torta" e la necessità di restare incompleti

L'inutilità della "ciliegina della torta" e la necessità di restare incompleti
di Niccolò Agliardi
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Giovedì 8 Aprile 2021, 11:43

Combatto la mia personale battaglia contro la “ciliegina sulla torta”. Quella piccola ciliegia candita, rosa fosforescente usata come decorazione sui dolciumi. Non credo esista nessuno al mondo in grado di affermare con convinzione il proprio apprezzamento per quel fruttino caramellato. Ciò che completa un’opera, anche in senso figurato, non dovrebbe essere affidato a una pallina glassata che fa il contrario di quello che sarebbe chiamata a fare. Rovina, non perfeziona.

Un dolce raffinato, come un libro ben scritto, una sceneggiatura commovente o una persona preziosa non necessitano di alcun “voilà” finale. Hanno il proprio senso al loro interno, il valore nella loro stessa costituzione. Considero sano che nelle persone, nell’arte e in qualsiasi manufatto possa mancare qualcosa. Qualcosina, almeno.

Non aver bisogno di dire l’ultima parola, non procacciarsi per forza una ragione, non rimediare una morale è un segnale di apertura. Si dice che alzarsi da tavola avendo ancora un briciolo di appetito sia il segreto dei centenari. “Hara hachi bu” sintetizzano i giapponesi con un detto che augura lunga vita a chi termina il pranzo quando è sazio solo all'80 per cento. Rimanere (apparentemente) incompleti significa dare valore alla sacralità del silenzio quando non si è sicuri. Significa poter beneficiare del dubbio, noi stessi e le nostre presunte platee. Rinunciare alla ciliegina è un gesto di cortesia perché lascia un piccolo spazio all’ interpretazione, al palato e all’opinione dell’altro. Lo sanno i poeti, lo insegnano i saggi e lo dimostrano i grandi artisti; soltanto sottraendosi all’ultimo rigurgito di narcisismo e leziosità ci si garantisce un posto nella memoria collettiva. Non c’è opera, non c’è amore, non c’è letteratura che sopravviva al superfluo.

L’essenziale - che per il Piccolo Principe era invisibile agli occhi - è casomai diventato un raro prodigio per i nostri (poveri) occhi di oggi. Abituati a una foto di troppo, a un’opinione di troppo, a un aggiornamento di troppo.

Abbiamo lottato per anni contro il “quasi”. Noi che siamo quasi adulti, quasi benestanti, quasi famosi, quasi realizzati, quasi professionisti e quasi mai felici. Noi, che a volte, ce l’abbiamo pure quasi fatta. Oggi ci tocca una sfida ben più rognosa: provare a fermarci al momento giusto. Se siamo riusciti a riferire un disappunto, non annacquiamolo con l’insulto. Se abbiamo alzato un trofeo, non alziamo anche il dito medio. Se abbiamo pubblicato un libro, un disco, il video di un figlio o di un nuovo cucciolo, non rendiamo pubblico anche il nostro ossessivo bisogno di approvazione. Non c’è bisogno di siglare tutto con orpelli di vanità, con piccole sentenze di bigiotteria che quasi sempre stroppiano. Al contrario, lasciare un piccolo spazio all’immaginazione, ad un consiglio dell’ultimo minuto, a una sconfessione improvvisa è regalare a noi stessi il privilegio di muoverci ancora e di non essere indigesti.

Se la torta è lievitata per meriti nostri o del forno, lasciamola raffreddare e poi godiamocela per quella che è. Chissenefrega della ciliegina zuccherosa. Non piacerà ai nostri ospiti e finirà per non piacere nemmeno a noi.

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