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Assumereste Erika De Nardo? Io sì

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Lunedì 14 Gennaio 2013, 00:44

Cari lettori, vi propongo un interrogativo. Se aveste da offrire a qualcuno un posto di lavoro, e tra i candidati si presentasse una ragazza di 29 anni dal viso pulito e lo sguardo malinconico, gentile, educata, riservata, colta, particolarmente intelligente, laureata in filosofia con il massimo dei voti, amante delle piante e dei cavalli, in possesso di tutti i requisiti richiesti, perfetta per l’incarico da ricoprire, l’assumereste anche se si chiama Erika De Nardo da Novi Ligure? Se vi interessa saperlo, io sì, credo proprio che l’assumerei. Non vorrei mai essere tra quelli che l’hanno condannata a una sovrapposizione eterna con la piccola assassina di tanti anni fa, negandole il diritto di cambiare, bollandola per sempre come mostro, sbarrandole il passo nella conquista della normalità, come lei stessa ha raccontato nel reportage di Grazia Longo su La Stampa di Torino. Intendiamoci, sarei bugiarda se non ammettessi che quel nome susciterebbe in me immediatamente il riflesso condizionato che suscita in tutti: un brivido, uno smarrimento, un orrore, come ogni volta che lo sentiamo pronunciare, soprattutto se affiancato a quello di Omar Favaro. Erika e Omar, Novi Ligure, Susy Cassini, il piccolo Gianluca, la villetta, la strage, 40 e 57 coltellate … E’ sufficiente una sola di quelle citazioni per disseppellire dalla memoria un incubo che non abbiamo ancora metabolizzato, per quanto profondamente ha interferito nell’ordine delle paure collettive riguardo al mistero dei figli adolescenti, alla capacità di essere buoni padri e buone madri, al non avere idea delle variabili di odio o di violenza che possono dissimularsi nella normalità apparente dei ragazzi e delle relazioni familiari. E tuttavia esistono altri ordini istituzionali, morali, personali. Esiste, per esempio, l’ordine della giustizia, che non dev’ essere legge del taglione ma progetto, ricostruzione, riabilitazione, e che avrà avuto le sue buone ragioni per calcolare in 11 anni il tempo adeguato di galera per un delitto orrendo commesso sotto l’effetto della cocaina, a sedici anni. Esiste poi l’ordine delle istituzioni, delle procedure e dei soggetti preposti alla rieducazione, i quali hanno speso ogni possibile risorsa per aiutare quella ragazzina sciagurata a trasformarsi in una donna equilibrata e responsabile, e garantiscono di esserci riusciti. Esiste l’ordine del perdono, infine, già praticato con incommensurabile coraggio dal padre di Erika, e già invocato persino da sua madre, un istante prima di morire. “Ti perdono”, ha detto Susy  a sua figlia, mentre lei la stava massacrando. In quel momento, qualunque errore avesse potuto in precedenza commettere come genitrice, analogo, inferiore o superiore a quelli che commettiamo ogni giorno tutti noi, Susy ha mostrato la lucidità, l’amore, il coraggio che ne fanno una madre esemplare. Trucidata dalla sua bambina, è riuscita a concludere la sua vita abbarbicandosi a un barlume di speranza, che forse ha affidato a tutti noi. Ha sperato, Susy, che un giorno accadesse quello che è accaduto: Erika è cambiata, è un’altra persona, non può più nuocere a nessuno, assicurano i suoi amici e i suoi rieducatori. E' in grado di ricostruire il suo futuro. Io penso che dovremmo permetterle di farlo; che anche noi, come hanno fatto i suoi genitori, dovremmo perdonarla, e offrirle una seconda chance. E penso che non farlo significherebbe rinnegare il senso e l’efficacia della pena, lo slancio della solidarietà, il movimento della speranza, la dinamica del futuro, il diritto di cambiare. Non credo che una società civile dovrebbe arrogarsi il diritto di proseguire i tempi di una condanna all’infinito. Non credo che dovebbe ricambiare crudeltà con crudeltà. Non credo che dovrebbe sottovalutare l'enorme differenza che può esserci tra una persona e la sua riproduzione a distanza di anni, se restaurata dal dolore, se ricollocata tra l'enormità del suo errore e quella del suo pentimento.   Erika ha già scontato la condanna che le ha inflitto la giustizia. Per tutto il resto della vita, dovrà scontare quelle che le infliggeranno la memoria e la coscienza. Io credo che l'ergastolo del cuore, per lei, sarà così feroce, così implacabile, da meritare almeno la pietà.

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