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Tartufo bianco italiano, Londra e Parigi lo copiano: tenuti segreti i luoghi dove tenteranno di coltivarlo

Tartufo bianco italiano, Londra e Parigi lo copiano: tenuti segreti i luoghi dove tenteranno di coltivarlo
di Carlo Ottaviano
4 Minuti di Lettura
Venerdì 19 Febbraio 2021, 01:21 - Ultimo aggiornamento: 12:42

Gli inglesi producono un ottimo champagne che compete con quelli francesi. Merito – o demerito, fate voi - dei cambiamenti climatici degli ultimi decenni. Restando in tema di cibi di lusso, nel giro di dieci anni potrebbero produrre perfino tartufo bianco, il pregiatissimo Tuber Magnatum Pico. Quello che lo scorso Natale in Italia non si trovava a meno di 500-600 euro all’etto e che all’estero ha toccato punte intorno ai 15 mila euro al chilo.
Finora, senza tema di smentita, era l’Italia la sua patria: principalmente in Piemonte tra le Langhe, il Monferrato e l’Astigiano; in Toscana nel triangolo San Miniato, Palai e le Crete Senesi; nelle Marche intorno ad Acqualagna. 


LA SCOPERTA


A prevedere l’arrivo della concorrenza inglese sono gli scienziati francesi dell’Istituto nazionale per la ricerca sull’agricoltura, l’alimentazione e l’ambiente che fa capo al ministero dell’agricoltura. Lo stesso ministro del governo Macron, Joël Giraud, parlando con il Times ha indicato la scoperta come uno «sviluppo straordinario» e una «grande innovazione» aggiungendo che «la semplice menzione di questo prodotto richiama i ricordi gastronomici più deliziosi». 


I ricercatori dell’Inrae sono convinti di aver trovato – dopo ben 21 anni di prove – il segreto per coltivare il tartufo bianco e avrebbero anche individuato i terreni calcarei e umidi migliori nelle zone del Rodano-Alpi, in Borgogna e Aquitania. Ma è in Gran Bretagna – devono ammettere – che le prospettive sono migliori. Dove, esattamente, non è dato sapere, per evitare il malaugurato interesse di ladri o imitatori senza scrupoli. Claude Murat, che ha diretto la ricerca, è ottimista e già sembra gustare il prezioso tubero. Al Times ha detto di non aver mai dimenticato il suo primo tartufo bianco nel 2001, grattugiato su un piatto di spaghetti e accompagnato da un bicchiere di vino rosso. «Ho ancora il sapore in bocca», ha detto. 


La notizia – rilanciata anche dal Daily Mail – non sembra preoccupare più di tanto i produttori italiani. Del resto, altre sperimentazioni avviate nelle aree del Kent, Surrey, Wiltshire e Hampshire non sortirono effetti significativi. 
«Ci ha provato anche il Duca di Edimburgo, il principe Filippo, senza successo, ripiegando poi sulla qualità nera», ricorda Cristiano Savini, uno dei maggiori commercianti italiani di tartufo (con un fatturato di circa 10 milioni di euro l’anno, esporta in tutto il mondo).


Tentativi a vuoto anche tra Oregon e California negli Usa. «Al massimo – dice Savini – si potrebbe parlare di tuber albidum e tuber borchii-vit, simili al nostro marzolino che vale un decimo del pregiato». L’equivoco nasce nella definizione generica di white tuber. «Piuttosto – continua – cresce la concorrenza interna perché negli ultimi anni anche in Calabria, Sardegna, Puglia, Nord Lazio sono stati trovati tartufi bianchi di ottima qualità». 


IL SETTORE
L’economia del tartufo – nero e bianco – è legata a territori specifici ed è difficile dare un valore economico all’attività di circa 80-100 mila raccoglitori. Coldiretti stima in mezzo miliardo di euro il giro d’affari annuale. Se le speranze a lunga scadenza franco-inglesi non destano preoccupazione, è piuttosto l’importazione dal Nord-Africa di falso tartufo bianco a trarre in inganno i consumatori. «Nei terreni sabbiosi di Marocco, Tunisia, Algeria - spiega l’imprenditore toscano - c’è la terfenzia che è un fungo spontaneo. Solo esteticamente assomiglia al tartufo, ma non ne ha alcun valore». 


Per quanto riguarda il nero, il prodotto tarocco arriva dall’Est Europa e sempre di più dalla Cina. Ma anche tra le 180 varietà italiane c’è molta differenza. Appena due giorni fa a Napoli i carabinieri hanno denunciato un negoziante di Via Marina per aver spacciato come nero di Norcia un tartufo delle montagne Irpine, vendendolo a 1.990 euro al chilo invece che a 310 come sarebbe stato corretto. 
 

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