Morta sotto il tunnel, la sorella: «Uccisa dopo lo stupro, sentenza troppo mite. Vogliamo giustizia»

Anna Carlini (a sinistra) con la sorella Isabella
di Alessandra Di Filippo
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Venerdì 6 Novembre 2020, 09:23

«Per noi quello di Anna è stato un omicidio e per questo andremo fino in fondo affinché abbia la giustizia che merita. Io combatterò perché il caso venga riaperto». Parole di rabbia e di dolore quelle di Isabella Martello, una delle sorelle di Anna Carlini, il giorno dopo la sentenza di primo grado a Pescara che ha condannato a 11 anni e sei mesi di carcere, per violenza sessuale e omissione di soccorso aggravata, il romeno Nelo Ciuraru. Il connazionale Robert Cioragariu è stato invece condannato a due anni relativamente solo al secondo reato. Anna, che era affetta da problemi psichici, venne trovata senza vita, la mattina del 29 luglio 2017, nel tunnel della stazione. Poi si scoprì che era stata indotta a bere, stuprata e lasciata in agonia.

«Non ci possiamo ritenere soddisfatti – prosegue Martello - per questa sentenza. Siamo delusi anche se a tutto ciò eravamo preparati proprio perché non era contestato l’omicidio fra i reati. Ma come sia fa? L’hanno stordita, fatta bere, picchiata, violentata e poi avvolta in una coperta per nascondere quello che le avevano fatto. Se questo non è omicidio – chiedo – cos’è? Cosa le dovevano fare ancora? Per uccidere non occorre per forza un’arma. Io andrò in capo al mondo, ma le indagini sulla morte di mia sorella vanno riaperte. Il capo di imputazione va cambiato per avere una sentenza reale. Per com'è oggi la situazione, l’assassino, fra sette anni, potrebbe addirittura uscire dal carcere. Libero mentre mia sorella non c’è più. Una giusta sentenza – prosegue la donna – ci avrebbe aiutato ad alleviare un po’ del nostro dolore. Per me, Anna era una figlia. Non rimarrò ferma in silenzio. Voglio vedere la luce in questa brutta storia».

Isabella chiede giustizia anche per i due figli di Anna, che oggi vivono con una nonna. «Spero – dice – che lo Stato possa fare qualcosa per questi due bambini. Io e gli altri familiari invece non vogliamo nulla. Non ci interessano risarcimenti. La vita di mia sorella era tutto. A chi l’ha ammazzata, dico che non accetto scuse. In una memoria difensiva, in un ultimo rigo, ha scritto di essere dispiaciuto e di volere come noi familiari la verità. Io gli rispondo che deve solo vergognarsi».

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